Squadra di calcio intossicata dal monossido

Tragedia sfiorata durante la cottura della pecora: sintomi di avvelenamento per 40 atleti, in 6 curati all’Iperbarico di Fano
MONTAZZOLI. Intossicati dal monossido di carbonio: in sei tra giocatori e dirigenti si salvano grazie all’intervento tempestivo dei medici del Pronto soccorso di Atessa che hanno disposto il loro trasferimento nel Centro iperbarico adriatico di Fano. La festa di sabato della società sportiva del Montazzoli calcio, che si stava svolgendo nell’oratorio, poteva avere conseguenze gravi. Nella stanza c’erano alcune decine di persone; dal pomeriggio si stava cucinando un piatto tipico montano: “La pecora alla callara o alla cottora”. I ragazzi stanno bene e sono stati dimessi dagli ospedali.
LA FESTA CON LA PECORA. La partita del campionato di Terza categoria Vasto da giocare ieri, contro il Moltalfano, era stata rinviata per neve. Quale migliore occasione per trascorrere una serata invernale tra amici, hanno pensato i dirigenti della squadra. L’oratorio, che si trova sotto la casa canonica, da non molto tempo messo a nuovo, è stato scelto come luogo ideale. Da preparare c’era un piatto tipico montano, la “pecora alla callara o alla cottora”, pietanza che nel nome stesso già preavvisa la sua caratteristica, cioè lunghi tempi di cottura: dalle quattro alle sei ore. Due grossi pentoloni erano stati messi sui bruciatori alimentati da altrettante bombole gpl, l’ambiente non era molto ampio, le persone nella stanza erano alcune decine, giocatori e dirigenti del Montazzoli calcio: un mix per determinare una diminuzione dell’ossigeno nell’aria.
NAUSEA E CAPOGIRO. I primi due a sentirsi male sono stati gli incaricati della cottura: nausea, giramento di testa, ottundimento. Si pensava a un malessere passeggero ma più passava il tempo e più il quadro si aggravava per loro tanto da far sospettare anche una tossinfezione. Si è quindi deciso per il loro trasporto al Pronto soccorso dell’ospedale di Atessa intorno alle 21,30. Di turno c’è il medico Elena Giarrocco, ascolta le prime testimonianze di chi si è sentito male, dispone l’analisi dell’emogas e il sospetto diventa certezza: intossicazione da monossido di carbonio. Arriva il responsabile del Pronto soccorso, Renato Fulgente.
L’EMERGENZA. È allertata la centrale del 118 di Chieti che ha coordinato l’emergenza insieme al Pronto soccorso di Atessa. A Montazzoli arrivano tre ambulanze: una da Castiglione e due della Val Trigno da San Salvo. Altri sei intossicati vengono portate ad Atessa. Nella piazza del paese vengono visitati tutti i presenti alla festa, compreso il parroco don Josef che dormiva al piano superiore dell’oratorio. «Ho chiamato il capo dipartimento Asl per le emergenze, Antonio Caporrella, arrivato ad Atessa insieme ai medici Nicoletta Fini e Pierpaolo Fattore del Pronto soccorso di Casoli», ha raccontato Fulgente, «è stata una vera emergenza e abbiamo seguito con profitto le linee guida da attuare in casi come questi. Ringrazio i colleghi per disponibilità e professionalità». Altri intossicati lievi sono andati all’ospedale di Ortona e Vasto, altre due in osservazione al San Camillo di Atessa. A Montazzoli arrivano i vigili del fuoco di Casoli e i carabinieri di Castiglione Messer Marino, stazione di pertinenza della compagnia di Atessa comandata dal capitano Marco Ruffini.
LA CAMERA IPERBARICA. I sei pazienti considerati più gravi tra i 25 e i 60 anni, vengono trasferiti a Fano, nel Centro iperbarico. Il trasporto è avvenuto con le ambulanze della Croce Azzurra e della Croce Gialla. Tutti sono stati dimessi ieri mattina.
TESTIMONIANZE E REAZIONI. «Eravamo una quarantina», spiega Roberto, uno dei trasportati a Fano, «ci sentivamo tutti un po’ male. Il Pronto soccorso di Atessa è stato perfetto. Ci siamo davvero spaventati». «Tutta Montazzoli ha tirato un sospiro di sollievo», commenta il sindaco Felice Novello. «Montazzoli è uno dei Comuni che gravita nell’area disagiata richiesta dalla nostra amministrazione e dai sindaci del territorio per la riapertura dell’ospedale», aggiunge il sindaco di Atessa Giulio Borrelli, «ed è la riprova dell’importanza dell’ospedale di territorio, che difenderemo con le unghie e con i denti».
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