Tenta il suicidio in carcere e prova a evadere dall’ospedale

CHIETI. Tenta il suicidio in una cella del carcere di Chieti legandosi una corda rudimentale al collo, poi picchia un agente e prova a scappare dall’ospedale. Ma il piano di un detenuto pescarese di...
CHIETI. Tenta il suicidio in una cella del carcere di Chieti legandosi una corda rudimentale al collo, poi picchia un agente e prova a scappare dall’ospedale. Ma il piano di un detenuto pescarese di 39 anni, arrestato per rapina lo scorso settembre, va a monte.
Racconta il segretario regionale della Uil-Pa polizia penitenziaria, Ruggero Di Giovanni: «L’episodio dell’aggressione dovrà essere qualificato come tentativo di evasione. Ancora una volta dobbiamo elogiare la professionalità della polizia penitenziaria che è riuscita ad evitare il peggio anche in condizioni sfavorevoli, tra l’altro il poliziotto intervenuto ha dovuto attendere l’arrivo dei rinforzi per farsi medicare e ha avuto una prognosi di tre giorni. Ma non possiamo sperare che ci vada sempre bene. Purtroppo i detenuti non sempre sono come li vorremmo, ovvero persone private della libertà che approfittano del periodo di detenzione per crearsi un futuro migliore. A volte, spesso, chi ha sbagliato continua a sbagliare e la polizia penitenziaria deve essere messa in grado di lavorare nelle condizioni migliori. Siamo certi che una camera di sicurezza ben avrebbe potuto evitare l’aggressione e il tentativo di evasione». Poi, Di Giovanni allarga il discorso: «Ci chiediamo a chi sarebbero state accollate le colpe qualora il detenuto fosse riuscito a fuggire. E se si fosse impossessato dell’arma di ordinanza del poliziotto? Noi siamo certi che la responsabilità sarebbe stata dello sfortunato agente in servizio». Secondo Di Giovanni, «l’amministrazione penitenziaria e la sanità regionale e locale, nel corso degli anni, sembrano aver dimenticato tutti i detenuti che giornalmente sono ricoverati, per periodi più o meno lunghi, nei reparti ospedalieri abruzzesi. Questi ricoveri avvengono praticamente sempre in corsia e tra gli altri pazienti, creando una situazione potenzialmente pericolosa. Addirittura, vi sono camere di sicurezza ultimate e mai messe a disposizione della polizia penitenziaria, vedasi il caso di Sulmona, o interi reparti ospedalieri sottoutilizzati, come a Pescara». (g.let.)
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