Tentato omicidio nel B&B, il racconto choc: «Sembrava indemoniato, mi è saltato sopra col coltello»

La vittima di 56 anni parla con la polizia prima di entrare in sala operatoria: «Mentre facevamo meditazione, gli è salita un’improvvisa tensione emotiva»
CHIETI. «Sembrava indemoniato». La sintesi di una notte di sangue è racchiusa in due parole, pronunciate alle tre del mattino, un attimo prima che la barella oltrepassi le porte della sala operatoria. A parlare ai poliziotti della squadra mobile è la vittima, un uomo di 56 anni residente a Chieti. I segni della violenza sono tracciati sul suo corpo: ha tagli profondi alla gola, ferite sul viso, le mani lacerate nel tentativo disperato di parare i colpi. Eppure, con una lucidità che sorprenda, detta a verbale la cronaca di quanto è appena accaduto in una stanza di un bed&breakfast di via Forlanini. Non c’è rabbia nella sua voce, ma la presa d’atto di un dramma che ha coinvolto una persona a lui cara. L’aggressore, infatti, non è un nemico e nemmeno uno sconosciuto. È Francesco Maddalena, 27 anni, napoletano. Un amico.
La vicenda esce dai binari della classica lite finita male per motivi futili. Qui la dinamica è più complessa, radicata in un rapporto umano profondo. Il cinquantaseienne è un allenatore di una disciplina sportiva – un dato che rimane coperto per tutelarne l’identità – e Maddalena non è un semplice conoscente occasionale. «Seguo Francesco da tanti anni e siamo diventati amici», spiega l’uomo alla polizia, definendo subito la natura del legame.
È un rapporto che si è consolidato nel tempo. «Lui ha dei problemi psicologici e per questo è seguito. Oggi è venuto a trovarmi, come ha già fatto tante altre volte, così come sono andato io a trovarlo a Napoli, dove ho conosciuto anche i suoi genitori». Non ci sono ombre in questa frequentazione. C’è la storia di un supporto costante, di una presenza adulta che va oltre il ruolo tecnico di istruttore per farsi carico, in parte, della fragilità del giovane. Anche la giornata di martedì sembrava confermare questa normalità, lontana da qualsiasi presagio di violenza. I due passano ore tranquille, condividendo il tempo libero. «Abbiamo trascorso la giornata in montagna». Una gita fuori porta, l’aria aperta, poi il rientro a Chieti in serata. La tappa finale è il b&b prenotato dal giovane. «Mentre stavamo effettuando una meditazione/chiacchierata», racconta la vittima, qualcosa si incrina.
L’allenatore, abituato per mestiere a leggere il linguaggio del corpo, coglie un segnale di allarme. «Ho notato che a Francesco era salita una tensione emotiva che già aveva presentato in altre occasioni, ma che mai era sfociata nella violenza fisica».
È il confine che viene superato in un istante. La tensione, fino a quel momento un dato psicologico gestibile, diventa azione pura. Violenza cieca. «Francesco improvvisamente mi è saltato addosso, ha afferrato un coltellino da innesto senza punta, con il manico d’osso, che io stesso avevo portato per lavorare il bambù, per farne dei bastoni, e mi ha colpito tante volte al collo, al viso, al dito».
Il dettaglio dell’arma è fondamentale per capire l’imprevedibilità dell’evento: non un coltello portato per offendere, ma un attrezzo artigianale, un oggetto di uso comune per l’allenatore, che nelle mani del ventisettenne si trasforma in strumento di morte. La reazione del cinquantaseienne è istintiva, ma insufficiente contro l’irrazionale. «Io mi sono difeso. Ho provato a disarmarlo, ma non ci sono riuscito perché Francesco era come indemoniato». Nemmeno la preparazione atletica basta a fermare la furia. La colluttazione è brutale, il sangue inizia a coprire il pavimento, i mobili, le pareti.
Poi, il silenzio. E qui la storia prende una piega anomala, che restituisce l’esatta misura del legame tra i due.
Con l’aggressore ancora nella stanza, e le ferite che sanguinano copiosamente, la vittima non cerca la fuga immediata, non urla per chiamare i vicini. Gestisce la situazione con una freddezza che, forse, nasce dall’affetto. «Tutto è avvenuto dentro la stanza del b&b che Francesco aveva prenotato per la notte. Non ho chiamato subito i soccorsi, ho aspettato che lui si calmasse. Poi ho avvisato mia moglie».
È lei, ricevuto il messaggio, a capire che non c’è più tempo da perdere e ad allertare la polizia. Solo allora arrivano le volanti, l’ambulanza, la corsa a sirene spiegate verso l’ospedale. Il cinquantaseienne è salvo, ricoverato ma fuori pericolo. Maddalena è in carcere. La notte di terrore è tutta qui, dentro un verbale.
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