Pardo non ha dubbi: “Il ritorno di Insigne è un atto romantico, il Pescara ha fatto bene a prenderlo”

L’intervista al telecronista di Dazn: «Giusto puntare su di lui, nel calcio ci sono ancora storie bellissime»
PESCARA. Una voce ormai inconfondibile che da anni entra nelle case degli italiani commentando, con ritmo incalzante e passione smisurata, il calcio di serie A. Pierluigi Pardo è molto più di un telecronista, è uno degli esponenti massimi della narrazione sportiva che dal tubo catodico è passato alle smart tv e poi ai social network senza mai perdere quel talento naturale nel saper catturare istantanee che rimangono indelebili, nella gioia e nel dolore, nei tanti appassionati del football. Il cronista e conduttore di Dazn ha appreso con gioia della notizia del ritorno di Lorenzo Insigne al Pescara, degno epilogo di una storia romantica.
Pardo, come valuta il ritorno di Insigne nella città che lo ha lanciato nel grande calcio?
«Credo che per fortuna il calcio sia ancora romantico e viva di storie bellissime come quella di Insigne e il Pescara».
Quindi è a favore di questo ritorno di fiamma?
«Assolutamente si, sono davvero entusiasta. È vero che la situazione del Pescara sia complicata, essendo ultima in classifica in serie B con la quota salvezza distante sei punti, ma al tempo stesso non è ancora così compromessa. L’operazione Insigne è un all in, un tentativo per provare il tutto per tutto richiamando a casa un giocatore di assoluto talento. Non so se andrà bene o male, questo lo dirà solo il campo. Ma è stata una mossa da provare».
Una notizia che ha spiazzato il calciomercato, alla luce dei rumors che parlavano di un interessamento da parte della Lazio e del Napoli. Secondo lei perché Insigne ha deciso di ripartire dalla cadetteria?
«Questo lo lascio dire agli esperti di mercato. Sicuramente la Lazio e il Napoli erano due piste interessanti perché, da una parte, c’è il legame con Sarri e dall’altra la piazza della sua città. Per di più, per motivi diversi, entrambe avrebbero avuto bisogno di un Insigne, invece è tornato al Pescara dando vita ad una storia bellissima ed incredibile come quella di Vardy alla Cremonese, che nessuno si aspettava e che ha lasciato tutti colpiti in estate».
Un campionato di serie B vinto da assoluto protagonista nel 2011/2012 col Delfino. Che ricordi ha di Insigne e di quella Zemanlandia?
«Ricordo di aver fatto anche un paio di telecronache quell’anno. Il calcio di Zeman è sempre stato votato all’intensità e alla propensione offensiva, ma non sempre è riuscito a conciliare bel calcio coi risultati. Ebbene, l’anno della cavalcata del Pescara in serie A, così come le parentesi a Foggia e con la Lazio, è stato fantastico, con un gioco spumeggiante e dominante. Premesso che nel calcio, come in qualsiasi sport, l’importante sia vincere, credo che saperlo fare anche con classe e bel gioco faccia tutta la differenza del mondo».
Le è mai capitato di venire qui allo stadio Adriatico-Cornacchia di Pescara?
«Sono venuto diverse volte in città, il lungomare pescarese ha un fascino unico e in più l’amico Gigi Di Biagio mi parla spesso della piazza biancazzurra. Per un romano come me è più semplice raggiungere la costa tirrenica, ma è un piacere venire dalle vostre parti e gustare uno dei piatti di cui vado ghiotto, la chitarrina. Speriamo che possa tornare allo stadio per raccontare una partita del Pescara in serie A».
Tornando ad Insigne, ha qualche aneddoto particolare?
«Ho avuto la fortuna di commentare tante sue partite sia in Champions League col Napoli che in Nazionale. Poi ho un ricordo particolarmente felice di una cena milanese in un ristorante di cucina romana con un tavolo composto da me, Antonio Cassano e Lorenzo Insigne e le rispettive compagne. Non entro nei dettagli, ma le lascio immaginare il clima di festa e le risate che accompagnarono quella serata. Lorenzo è una persona semplice nel senso più nobile del termine, non si è mai montato la testa ed è rimasto sempre sul pezzo. Forse il suo più grande rammarico, ma lo dico a titolo personale, è non essere riuscito a partecipare alla crescita del Napoli che ha portato alla vittoria dei due scudetti. Immagino che da napoletano sia stata dura non poter essere un protagonista di quelle cavalcate».
A proposito delle telecronache, da dove nasce questa passione?
«Dalla cameretta dove da bambino giocavo a subbuteo con i miei amici. Sognavo di fare questo lavoro ed esserci riuscito è bellissimo. Certo, ci sono delle volte in cui fuori diluvia e tu vorresti stare comodamente sul divano di casa sotto le coperte, invece ti fai cinquecento chilometri per andare a commentare una partita, ma una volta messo in postazione torna quella passione e quel divertimento, complice anche la bellezza delle partite».
Sicuramente la serie A di quest’anno rende tutto ancora più interessante.
«Assolutamente si. Si parla della fuga dell’Inter, ma credo che sia ancora presto. Negli ultimi anni il nostro campionato ha acquisito maggior appetibilità anche per l’equilibrio che regna sovrano. Ogni stagione vede trionfare una squadra diversa, quindi è bello anche per noi telecronisti raccontare un cammino tutt’altro che scontato».
Ricorda ancora la sua prima telecronaca?
«Come potrei dimenticarlo. Ero in Erasmus in Inghilterra e mandai una VHS di prova a Tele + perchè volevo avere un’occasione. Mi contattarono la settimana successiva per propormi l’Umbro Cup nell’estate del 1996, un quadrangolare tra Nottingham Forest, Manchester United, Ajax e Chelsea. Commentai proprio Nottingham-Chelsea. Dopo dieci minuti ci fu un’azione convulsa, provai a cavarmela ma dentro di me pensavo di aver già sprecato quell’occasione. Invece da lì è iniziato tutto».
A chi si ispira nel suo lavoro? Ha avuto un maestro di riferimento?
«Per la mia generazione è stato Sandro Piccinini che ha cambiato il linguaggio della telecronaca, passando da uno stile diverso e con frasi lunghe, per intenderci alla Pizzul, a espressioni brevi e sincopate, ma d’impatto. Con Bruno, invece, ho sempre avuto un ottimo rapporto, invitandolo nel programma “Supertele” su Dazn a commentare gli highligths di serie A. Piccinini però ha influito sul mio modo di raccontare. Poi c’è stata una generazione davvero spettacolare di telecronisti, con colleghi bravissimi tipo Caressa o Marianella. Non basterebbe una telefonata per citarli tutti (ride, ndr)».
Qual è stato il calciatore per il quale si è emozionato di più nel raccontare le sue gesta tecniche in campo?
«Ho avuto la fortuna di commentare l’epoca d’oro di Messi e Cristiano Ronaldo, ma sono sempre stato in disaccordo con chi sottovaluta CR7 rispetto all’argentino. Ci sono state partite in Champions in cui il portoghese ha letteralmente trascinato il Real Madrid. L’unico rammarico è di non aver fatto in tempo a raccontare in tv Ronaldo il Fenomeno, un giocatore di un’altra categoria».
Il pubblico più giovane, però, la conosce per aver prestato la voce al videogioco FC. Ha mai giocato ascoltando una sua cronaca?
«Assolutamente si (ride, ndr). La cosa che mi lascia sempre più stupito è la qualità del prodotto. Sembra davvero di star commentando una partita vera. Il sistema Fc, ex Fifa per intenderci, è uno strumento di condivisione e divertimento che interessa diverse fasce d’età, non più solo i più giovani. Comunque è incredibile vedere tanti ragazzi che mi chiedono una foto non come giornalista televisivo, ma come voce che accompagna le loro partite online».
Tra le mille passioni, anche il doppiaggio. Il 12 febbraio dovrebbe uscire nelle sale il film “Goat, sogna in grande” in cui presterà la sua voce al personaggio Chuck.
«Non posso dare molte informazioni, però le dico che doppio proprio un telecronista di uno sport molto vicino al basket».
A proposito di basket, lei nel 1991 ha preso la tessera come arbitro federale. Una passione particolare per la pallacanestro?
«Vuole la sincera verità? Feci il corso da arbitro per poter entrare gratis alle partite. In vita mia ho diretto due partite di basket e mi sono bastate per capire quanto sia difficile il mestiere dell’arbitro, in ogni sport. Ma, se ci spostiamo al calcio, l’introduzione del Var anziché semplificare, ha reso ancora più complesso il tutto. Ci sono ancora troppi errori e fanno più notizia di quando non c’era la tecnologia».
Guardando al cammino dell’Italia verso il prossimo mondiale, è notizia di qualche giorno che il ct Gattuso abbia chiesto al pescarese Verratti la disponibilità di far parte del gruppo per i play off: potrebbe essere la carta vincente per qualificarci dopo le ultime delusioni?
«Gattuso non è uno sprovveduto e sa che a marzo la Nazionale si giocherà letteralmente tutto. Secondo me potrebbe essere una scelta azzeccata perchè Verratti ha 33 anni, ha ancora tanto da dare al calcio e il suo pedigree internazionale sarà importante in partite da dentro o fuori. Mi fido del nostro commissario tecnico e mi auguro che finalmente l’Italia possa tornare a disputare un campionato del mondo».
Parlando dei mondiali e, in particolare di quello memorabile del 2006, lei ha scritto anche il romanzo “Lo stretto necessario” (Rizzoli). Si augura di poter scrivere un sequel raccontando altri momenti magici della maglia azzurra?
«La genesi di quel romanzo fu davvero surreale. Lo scrissi facendo fede ad un fioretto».
In che senso?
«Avevo buttato giù una bozza del racconto, quando un giorno mi rubarono la borsa che conteneva il pc e che avevo lasciato in macchina. Temevo di aver perduto l’unico file completo del libro, così dissi alla casa editrice, che voleva a tutti i costi che uscissi con la storia, di fare un fioretto: se mi avesse aiutato a ritrovare una copia del file, avrei scritto il libro e consegnato alle stampe. Il resto è storia. Mi auguro davvero di poter raccontare altre storie simili».
In conclusione, è diventato un personaggio virale sul web grazie alla parodia di Max Giusti: ci si rivede in quella caricatura?
«Con Max siamo amici e gli ho fatto i complimenti perché è riuscito a fotografare alcuni miei aspetti caratteriali come la voglia di andare a cena con gli amici, la passione per la musica e l’amore per il calcio vissuto con leggerezza».

