Tiberio, imprenditore antiracket Ferito perché ha detto no al pizzo

26 Gennaio 2017

Da Reggio Calabria a Chieti per raccontare come è sfuggito nel 2011 all’agguato della ’ndrangheta Bentivoglio presenta il suo libro ai ragazzi del Classico: «Ho sentito gli spari e un bruciore al polpaccio»

CHIETI. «Ho sentito degli spari alle spalle e un forte bruciore al polpaccio. Avevo freddo e un solo pensiero: mi stanno per ammazzare». Lo ha salvato un marsupio che gli copriva la schiena e che ha bloccato un proiettile. Febbraio 2011: c'è l'attentato contro Tiberio Bentivoglio, l'imprenditore di Reggio Calabria che il pizzo, nella sua città, non l’ha mai voluto pagare. Una serie di ritorsioni che iniziarono nel lontano 1992. E che non cessano. Oggi, l'imprenditore reggino, è ancora sotto scorta.

Storie raccontate nel libro di Daniela Pellicanò "Colpito. La vera storia di Tiberio Bentivoglio", presentato ieri al Supercinema nell'assemblea d'istituto del liceo Classico ed artistico, voluta anche dalla preside Paola Di Renzo. Almeno in 500 ad ascoltare il protagonista del racconto con al seguito la scorta, narrazione scritta su un libro rimasto orfano di case editrici, stampato a spese dell'imprenditore. Denunciato per calunnia anche da un sacerdote, don Nuccio Cannizzaro. Ma Bentivoglio quelle cause le ha sempre vinte. Nero su bianco nomi di politici e cognomi ingombranti: «Mi sono scoraggiato molte volte per le risposte che ancora non ho avuto dalla politica» ricorda Bentivoglio «Marco Minniti, l'attuale ministro, mi aveva fatto delle promesse. Ritorsioni, spese e debiti: casa mia, ipotecata, è finita all'asta. Ma voglio vincere». Sulla copertina un simbolo associativo: quello di Libera contro le mafie, a cui andranno i ricavi delle vendite del libro, per sostenere la lotta contro la malavita organizzata.

«Non chiamatemi eroe, non lo sono. Sarò felice solo quando vincerò, perché la mia vittoria diventerà un esempio da seguire» si legge alla fine di un video proiettato in sala. Sul palco anche i rappresentanti degli studenti Goffredo Mancini e Giorgio Ferretti, la studentessa Caterina Profico direttrice del giornale scolastico del Classico e la professoressa Silvia Di Donato. Una resistenza che inizia subito dopo la guerra fra famiglie mafiose degli anni '80. Quando il negozio di articoli sanitari Sant'Elia di Bentivoglio si espande grazie ad un duro lavoro. A soli due mesi e mezzo dall’inaugurazione dei nuovi locali, nel ’92, il primo furto. Nel 2003 una bomba devasta la sanitaria Sant'Elia. Partono le indagini. Ma nel 2005 i locali vanno di nuovo a fuoco. Fino a quando nel 2016 l'attività riprende ancora una volta, dentro un immobile sequestrato alle mafie. Un traguardo mai raggiunto prima da nessuna vittima di ritorsioni di stampo mafioso: «Uno schiaffo per i mafiosi. Trasformiamo in bellezza tutti i beni confiscati» ricorda l’imprenditore. «Se mollasse tutto?» chiedono i ragazzi. E Bentivoglio risponde: «Se lo facessi, il mafioso che uscirà dal carcere saprà che chi l’ha denunciato è andato via. In questo modo vincono loro». E continuano le domande dal pubblico: «Se avesse accettato di pagare il pizzo?» l'imprenditore ribatte: «Come farei a guardare in faccia mio figlio?». «Le istituzioni ci sono?» gli chiede poi Caterina: «L'unico a rispondermi è stato don Luigi Ciotti" dice Bentivoglio «ci sono senatori in carcere. La politica dovrebbe essere al servizio della gente per bene».

E infine, dall'imprenditore, una preghiera ai giovani: «Ricordate anche i figli delle vittime, in certi contesti del tutto emarginati. Come è accaduto a mio figlio. Ricordate i parenti dei mafiosi che vogliono uscire da quegli ambienti. Non tenete questi messaggi solo per voi. Continuate a parlarne».