Tre stipendi non pagati: torna a incatenarsi

14 Luglio 2015

Il dipendente dell’Istituto San Francesco davanti al municipio. E il vicesindaco Sputore convoca il Cda

VASTO. «Lavoro onestamente. Percorro ogni giorno 70 chilometri per fare il mio dovere. Ho diritto di ricevere a fine mese lo stipendio. Che fine hanno fatto i 985mila euro che la Fondazione Padre Alberto Mileno per la quale lavoro ha riscosso dalla Regione?». È quanto chiede Vincenzo Tilli, da 25 anni dipendente della Casa di cura San Francesco. Ma la stessa domanda la fa il collega Antonio Del Borrello, con altri operatori e sindacalisti che ieri mattina si sono fermati accanto al dipendente incatenato vicino all'ingresso del municipio. Hanno chiesto tutti la stessa cosa al sindaco facente funzione, Vincenzo Sputore, e agli altri amministratori comunali che hanno ricevuto la delegazione a palazzo di città.

Durante l’incontro che si è svolto alla presenza del rappresentante della Cgil, Ferdinando Costanzo, e al quale erano presenti gli assessori Anna Suriani e Marco Marra e la consigliera Paola Cianci, Sputore si è impegnato a convocare il consiglio di amministrazione della Fondazione per avere aggiornamenti sulla situazione che ha portato i lavoratori alla protesta.

Gli stipendi arretrati sono tre. I lavoratori hanno famiglie da mantenere, mutui e bollette da pagare. «Non appena avrò parlato con il Cda, riferirò ai lavoratori la situazione. Nel frattempo contatterò la Regione per valutare possibili azioni in favore dei lavoratori», ha detto Sputore. Il malumore resta. «La direzione dell'Istituto è da mesi evasiva. Alle nostre legittime richieste risponde il silenzio. I 985mila euro sono spariti», insistono i lavoratori. «Qualcuno dice che con la rimessa della Regione sono state pagate le banche. È così?», chiedono i lavoratori. E ancora: «Ma chi lavora non ha forse diritto ad essere pagato? Perché chi è onesto è costretto ad elemosinare quello che è suo diritto ricevere? Chiediamo alla magistratura di aiutarci. Vogliamo giustizia e trasparenza. Vogliamo che il frutto del nostro lavoro serva per far vivere dignitosamente i nostri figli». Scuote la testa Vincenzo Tilli. «Eravamo una struttura a cui si affidavano pazienti che arrivavano da tutta Italia. Che tristezza. Di chi è la colpa di tutto questo? Trecento famiglie da un anno devono lottare per ricevere lo stipendio. Io non ce la faccio più». (p.c.)

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