Trovato morto nel centro storico di Vasto, c’è un indagato. La procura: «Ucciso dalla droga»

5 Agosto 2026

Nei guai un 29enne che gli ha ceduto la dose letale: la polizia perquisisce lui e una donna. Decisivi i risultati dell’autopsia e l’analisi del cellulare della vittima che viveva in una casa diroccata

VASTO. L’avevano trovato morto in una casa diroccata, lungo corso Plebiscito, nel cuore del centro storico di Vasto, vicino al teatro Rossetti. Sembrava un malore. Non lo era. A uccidere Gilberto Donatiello, 48 anni, era stata la droga. Quasi sei mesi dopo, l’inchiesta ha un indagato per quella dose: G.S., 29 anni, originario di Isernia e residente a Vasto. Per il pubblico ministero Silvia Di Nunzio è stato lui a cedergliela.

Il reato ipotizzato per la tragedia dello scorso 16 febbraio è «morte come conseguenza di altro delitto». Significa questo: la cessione è stata naturalmente volontaria, il decesso no. La pena può arrivare fino a 15 anni. Il ventinovenne deve rispondere anche di spaccio per altre volte in cui avrebbe venduto la droga a Donatiello e a un’altra persona. Lo stesso reato viene contestato a una donna. Entrambi sono stati perquisiti dai poliziotti del commissariato, che stanno cercando di ricostruire rapporti e affari illeciti.

Ci sono due consulenze tecniche che hanno avuto un peso decisivo nell’inchiesta. La prima è l’autopsia eseguita dal medico legale Pietro Falco. La seconda è l’analisi del cellulare dell’indagato, affidata all’esperto Pierluigi Chiulli. Ed è verosimile ritenere che, proprio scandagliando le chat del quarantottenne, gli investigatori siano riusciti a circoscrivere gli ultimi contatti avuti. Fin qui le carte. Poi c’è Gilberto. Era nato a Formia, in provincia di Latina, ma a Vasto viveva da oltre trent’anni. Nel centro storico lo conoscevano in molti. Negli ultimi tempi aveva trovato rifugio proprio in quella casa occupata abusivamente. Una sistemazione precaria dentro una vita diventata sempre più difficile. Era lì che tornava, lì che aveva trovato un posto dove stare, mentre attorno continuava a cercare una strada per rimettersi in piedi.

Due anni fa aveva provato a cambiare le cose con un appello pubblicato su Vastoweb. Diceva: «Sono alla ricerca di un’occupazione onesta e sono disposto a qualunque offerta, non mi tirerò certo indietro. Mettetemi alla prova». Qualcuno aveva raccolto il messaggio, ma trasformarlo in un’occasione concreta non era stato facile. Gilberto non aveva un’auto. Si muoveva in bicicletta. Anche questo, per chi cerca lavoro, può diventare un ostacolo enorme. L’occupazione non arrivò. Continuò a vivere di espedienti, aiutato anche dalla Caritas diocesana di Vasto. Eppure non si sentiva invisibile. Raccontava con orgoglio che la gente del centro aveva capito che era una brava persona. Lo salutavano per strada. Lui quelle attenzioni le ricordava e le considerava un segno di essere, nonostante tutto, parte di quella città.

C’era un momento che indicava come lo spartiacque della sua vita: il Covid. «Dopo allora», ripeteva, «ho perso famiglia e casa. Ora spero che, nell’era dei social, qualcuno legga il post e lo commenti in maniera costruttiva, magari offrendomi un piccolo posto di lavoro». Quella possibilità non si concretizzò mai. Oggi resta un’inchiesta che è ancora nella fase delle indagini preliminari. G.S. e la donna sono indagati e potranno chiedere di essere interrogati, spiegare la loro posizione, fornire la propria versione dei fatti.

Ma la vicenda di Gilberto ha aperto anche un’altra domanda. Non giudiziaria. Sociale. L’associazione Casa del Popolo La Conviviale, dopo il ritrovamento del corpo, aveva attaccato una politica troppo impegnata nelle «scaramucce autoreferenziali» per vedere il disagio che cresce nella città. Nell’intervento si parlava delle difficoltà di accesso ai servizi essenziali e dell’esercizio dei diritti, e Vasto veniva descritta come una città «sempre più costosa ed escludente». Per l’associazione, fermarsi a un giudizio morale sulla vita di Donatiello avrebbe significato perdere il punto. La sua storia, sosteneva, metteva davanti a tutti una condizione di fragilità e abbandono che non può diventare normale. Perché può riguardare chiunque non abbia una sicurezza economica su cui contare. Da qui l’invito a trasformare quella vicenda in una questione collettiva, fino a rivendicare «un modello di città equo che non lasci nessuno da solo con le sue difficoltà».

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