Truffa della carne, condannato a 3 anni

Merce non pagata per 900mila euro: dopo pochi giorni dagli arresti, arrivano la prima sentenza e un rinvio a giudizio
CHIETI. Dall’arresto alla condanna sono passati appena quindici giorni. Il giudice Andrea Di Berardino ha inflitto tre anni di reclusione, con il rito abbreviato, a Pietro Demichele, 66 anni, finito ai domiciliari lo scorso 27 ottobre per una maxi frode riguardante ricche forniture di carne non pagate a 14 allevatori piemontesi. L’altro imputato, Domenico Sgobba, 64 anni, è stato rinviato a giudizio: la prima udienza del processo è in programma il prossimo 19 gennaio. Le accuse, per entrambi, sono di bancarotta fraudolenta documentale e patrimoniale, truffa aggravata continuata, auto-riciclaggio ed emissione di fatture per operazioni inesistenti. I due imputati pugliesi, stando all’accusa, si sono fatti consegnare merce per un valore di circa 900mila euro. Poi, sono spariti senza tirare fuori un centesimo e portando al fallimento una società con sede a Casalincontrada, creata con l’unico obiettivo di fare da schermo alla vera destinataria dei prodotti, un’azienda della provincia di Bari con un volume d’affari notevole. Contestualmente alla richiesta di misura cautelare, il sostituto procuratore Giuseppe Falasca aveva chiesto anche il processo per i due imputati. E il giudice Di Berardino, in tempi da record, ha fissato l’udienza preliminare, sfociata in una condanna e in un rinvio a giudizio.
L’indagine del nucleo di polizia economico-finanziaria, comandato dal tenente colonnello Giuseppe Pastorelli, nasce da una procedura fallimentare poi confluita in un’inchiesta per chiarire eventuali responsabilità penali sul crac di una società operante in Abruzzo, per un breve periodo del 2016, nel settore del commercio all’ingrosso della carne. Gli accertamenti dalla curatela fallimentare provano già l’inesistenza di entrambe le sedi dichiarate dalla ditta, una a Casalincontrada e l’altra a Manoppello, nonché l’impossibilità di rintracciare l’amministratore e rinvenire le scritture contabili. Le fiamme gialle, anche attraverso accertamenti bancari e riscontri su fornitori, clienti e trasportatori, scoprono un articolato meccanismo di frode in cui la società fallita, rappresentata legalmente da Demichele, era stata appositamente “interposta” tra gli allevatori del Cuneese e l’importante azienda pugliese attiva nello stesso settore merceologico, amministrata da Sgobba. L’attività investigativa evidenzia che la fallita, costituita ad hoc, nei primi mesi del 2016, grazie alla conoscenza sul mercato e alla “caratura economica” della società pugliese, aveva instaurato rapporti commerciali con gli allevatori piemontesi acquistando diverse partite di merce. Nei successivi mesi, dopo aver pagato i primi ordini, l’azienda teatina è riuscita a ottenere grandi quantità di carne, consegnando agli ignari allevatori «assegni del tutto privi di copertura». La prosecuzione delle indagini permette di rilevare che la parte più rilevante della merce era stata destinata in Puglia nonostante fosse formalmente diretta in Abruzzo, come indicato dai documenti commerciali. Il resto è storia recente: gli arresti, il sequestrato preventivo di 895.952,64 euro, corrispondente al valore della merce non pagata dalla società fantoccio e sottratta alla procedura fallimentare, e l’udienza davanti al giudice.
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