Truffa della carne, in 2 già verso il processo

31 Ottobre 2020

Merce non pagata per 900mila euro: a pochi giorni dall’arresto il giudice fissa l’udienza preliminare  

CHIETI. Rischiano di finire subito sotto processo i presunti autori della maxi truffa della carne, arrestati martedì dalla guardia di finanza di Chieti per una frode da 900mila euro che vede come vittime 14 allevatori piemontesi. Secondo l’accusa, nel giro di sei mesi, i due imputati – i pugliesi Domenico Sgobba, 64 anni, e Pietro Di Michele (66) – si sono fatti consegnare una grande quantità di merce. Poi, sono spariti senza tirare fuori un centesimo e portando al fallimento una società con sede a Casalincontrada, creata con l’unico obiettivo di fare da schermo alla vera destinataria dei prodotti, un’azienda della provincia di Bari con un volume d’affari notevole. Contestualmente alla richiesta di misura cautelare, il sostituto procuratore Giuseppe Falasca aveva chiesto anche il processo per i due imputati, accusati di bancarotta fraudolenta documentale e patrimoniale, truffa aggravata continuata, auto-riciclaggio ed emissione di fatture per operazioni inesistenti. Così il giudice Andrea Di Berardino ha fissato l’udienza preliminare al prossimo 11 novembre.
L’indagine del nucleo di polizia economico-finanziaria, comandata dal tenente colonnello Giuseppe Pastorelli, è nata da una procedura fallimentare poi confluita in un’inchiesta per chiarire eventuali responsabilità penali sul crac di una società operante in Abruzzo, per un breve periodo del 2016, nel settore del commercio all’ingrosso della carne. Gli accertamenti dalla curatela fallimentare avevano già provato l’inesistenza di entrambe le sedi dichiarate dalla ditta nonché l’impossibilità di rinvenire le scritture contabili. Le fiamme gialle hanno poi scoperto «un articolato meccanismo di frode» in cui la società fallita, rappresentata legalmente da Di Michele, era stata appositamente “interposta” tra gli allevatori e l’azienda pugliese, amministrata da Sgobba e attiva nello stesso settore merceologico. L’attività investigativa ha evidenziato che la fallita, costituita ad hoc, grazie alla conoscenza sul mercato e alla «caratura economica» della società “madre”, aveva instaurato rapporti con gli allevatori acquistando diverse partite di merce. Nei mesi successivi, dopo aver pagato i primi ordini, l’azienda teatina è riuscita a ottenere grandi quantità di carne, consegnando agli ignari allevatori assegni «privi di copertura». Poi la parte più rilevante di quella merce, sostiene l’accusa, è finita alla società pugliese.
Ieri, durante l’interrogatorio di garanzia, gli imputati hanno respinto le accuse e chiesto la revoca degli arresti domiciliari: il giudice si esprimerà entro 5 giorni. (g.let.)