Turni gonfiati, infermiere condannato

13 Dicembre 2017

Truffava la Asl perché entrava tardi e usciva prima: 9 mesi e mille euro di danni. Dalle stesse accuse assolta un medico

FOSSACESIA. Medico assolto e infermiere condannato per truffa alla Asl. I lancianesi Maria Stella Vartuli, 62 anni, medico della Asl, e Angelo Morena, 56 anni, infermiere, erano finiti a processo per truffa ai danni della Asl Lanciano-Vasto-Chieti (parte civile nel processo) e per falsità materiale e falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici: secondo le accuse, cioè, i due avrebbero fatto risultare l’orario pieno di lavoro, mentre lavoravano meno ore nei distretti sanitari di Fossacesia e San Vito dove erano impiegati. Venivano pagati, però, interamente dalla Asl, che è stata quindi truffata. Ma la sentenza, emessa ieri pomeriggio dal giudice Andrea Belli, ha distinto le due posizioni: Vartuli è stata pienamente assolta perché il fatto non sussiste, mentre Morena è stato scagionato dalle accuse di falso, ma condannato per la truffa a nove mesi di reclusione, 600 euro di multa e mille euro di risarcimento danni alla Asl, pena sospesa.
Ha dovuto attendere quasi cinque anni per tirare un sospiro di sollievo Maria Stella Vartuli, che era finita anche ai domiciliari (subito revocati) il 30 gennaio 2013 con Morena, dopo le indagini della polizia del commissariato di Lanciano che avevano evidenziato come i due, quando lavoravano nei distretti sanitari di Fossacesia e San Vito, per due mesi avrebbero sistematicamente violato gli orari di lavoro -con ingressi in ritardo o uscite in anticipo- certificando invece lo svolgimento di orari di lavoro completi. I fatti risalgono al periodo settembre-ottobre 2012. La Vartuli, rappresentata dall’avvocato Massimo Biscardi, ha sempre sostenuto la sua innocenza. La dottoressa non aveva un cartellino marcatempo, quindi annotava nell’autocertificazione il riepilogo degli orari e dei turni di lavoro che effettuava. Per l’accusa in modo falso, cioè non riportava le ore realmente svolte truffando così anche la Asl. Il medico, invece, ha sempre spiegato che quando si allontanava dal posto di lavoro prima della fine del turno era per via delle attività da effettuare al di fuori del distretto sanitario, e non per svago. Anzi, la dottoressa faceva anche ore in più, non pagate come straordinario. Fatti riconosciuti dal giudice che l’ha assolta da ogni accusa. Per Morena, che timbrava con il badge la presenza a lavoro, è invece caduta l’accusa di falso in atto pubblico perché il cartellino marcatempo non è un atto pubblico, ma è rimasta l’accusa di truffa. L’infermiere avrebbe «indotto in errore la Asl sull’effettiva regolarità dello svolgimento dei turni di servizio tanto che venivano riconosciuti emolumenti in realtà non spettanti perché relativi a prestazioni professionali non eseguite». Da qui la condanna a 9 mesi di reclusione e 600 euro di multa più risarcimenti danni alla Asl di 1.000 euro, pena sospesa.
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