Tutto parte il 14 marzo del 2008 nella stanza di un magistrato

31 Ottobre 2015

CHIETI. Il grande accusatore punito più del grande accusato. Vincenzo Angelini condannato ad una pena più pesante di Ottaviano Del Turco. E’ la prima cosa che balza agli occhi e che colpisce l’immagin...

CHIETI. Il grande accusatore punito più del grande accusato. Vincenzo Angelini condannato ad una pena più pesante di Ottaviano Del Turco. E’ la prima cosa che balza agli occhi e che colpisce l’immaginario collettivo. E’ come se Abele fosse più colpevole di Caino. Ma non è così. I due processi viaggiano su binari diversi e paralleli. Le presunte tangenti milionarie, estorte dalla politica all’ex re della sanità privata, sono una cosa. La debacle, che in termini giuridici si dice bancarotta fraudolenta, che ha raso al suolo un impero e il suo dominus che, per 29 anni, ha monopolizzato la sanità privata abruzzese, è un’altra cosa. Non hanno nulla in comune se non una data particolarissima da cui partono entrambe le vicende giudiziarie che hanno finito per stravolgere la geografia politica ed economica d’Abruzzo. E’ il 14 marzo del 2008 quando l’avvocato Sabatino Ciprietti, allora super difensore di Angelini, bussa alla porta del pm Giuseppe Bellelli, al quarto piano della procura di Pescara. E concorda con il magistrato, ora procuratore capo a Sulmona, una lunga confessione del suo assistito che allora era già in grande difficoltà economica. Per uscire fuori dal guado, Angelini decide di incastrare i politici regionali, con Del Turco in cima alla lista. Da quel giorno in poi torna sette volte in procura, per altrettanti interrogatori, dove produce le prove delle tangenti, o presunte tali, nascoste tra le mele . Ma a metà luglio alla sesta deposizione confessa anche la bancarotta di Villa Pini. E s’inguaia. (l.c.)