Uccise il fratello nella lite al bar, i giudici: «La pena va ridefinita»

Annullato il verdetto della Corte d’appello per Domenico Tatangelo: era stato condannato a dieci anni La difesa chiede uno sconto per l’attenuante della provocazione: ora deciderà il tribunale di Perugia
CASTIGLIONE MESSER MARINO. La Cassazione ha annullato la sentenza della Corte d’assise d'appello dell'Aquila nei confronti di Domenico Tatangelo, 62 anni, condannato un anno fa a dieci anni di reclusione per l’omicidio preterintenzionale del fratello Mario, avvenuto il 22 febbraio del 2015 in un bar di Castiglione Messer Marino. La pena era stata ridotta di sei mesi in appello tenendo conto dell'attenuante della provocazione della vittima. La difesa di Domenico Tatangelo, rappresentata dall'avvocato Antonello Cerella, ieri ha contestato la riduzione della pena di soli sei mesi ricordando che, in caso di riconosciuta provocazione, la condanna avrebbe dovuto essere ridotta di un terzo. La Cassazione, ritenendo valide le argomentazioni del legale difensore, ha annullato la sentenza d’appello inviando il fascicolo alla Corte d'assise di Perugia per ridefinire la pena.
L'accusa nei confronti di Domenico Tatangelo è l’omicidio del fratello Mario, morto a 53 anni. I giudici d'appello, un anno fa, avevano confermato anche il risarcimento dei danni alle parti civili, aderendo pienamente alle richieste fatte in primo grado della pubblica accusa rappresentata dall'allora sostituto procuratore della Repubblica di Vasto, Michele Pecoraro, e dalle parti civili rappresentate dagli avvocati Antonella Franceschelli del foro di Roma, Francesco Bitritto ed Elisa Milanese del foro di Vasto. Nel corso del processo è emerso che Mario Tatangelo morì a seguito delle «plurime complicanze connesse alla marcata “sindrome ipocinetica” (o immobilità) perdurata 7 mesi», conseguenza del gravissimo trauma cranico-encefalico riportato dalla vittima dopo la lite al bar. Domenico Tatangelo ha sempre dichiarato di non aver voluto uccidere il fratello. Mario Tatangelo morì il 30 settembre 2015, sette mesi dopo il ricovero in ospedale. Secondo i giudici del primo grado e della Corte d’appello, furono i pugni sferrati da Domenico durante la lite a provocare la caduta di Mario, il trauma cranico e poi la morte. Il furioso litigio avvenne di domenica, quando i due fratelli si trovavano nel locale “Up and down”, in paese. Avevano cominciato a bere da un po’, quando, all'improvviso, scoppiò una discussione tra i due. Il diverbio degenerò e iniziarono gli spintoni. Ad un certo punto Domenico colpì il fratello con due pugni sul volto che gli fecero perdere l'equilibrio. Mario cadde a terra e dopo aver battuto la testa perse i sensi. Fu trasferito a Pescara dagli operatori del 118 e gli venne riscontrata la frattura della calotta cranica. Il ricoverò immediato in terapia intensiva non riuscì a salvargli la vita e il 30 settembre Mario Tatangelo morì. A giudizio del medico legale, Pietro Falco, fu la caduta a provocare lo sfondamento della calotta cranica e una violenta emorragia cerebrale. Nel processo di primo grado, a Lanciano, la pena era stata aggravata dai futili motivi. In appello è stata riconosciuta la provocazione: Domenico, secondo i giudici, aveva reagito ad uno schiaffo. Ma ora la sua pena a 10 anni di reclusione dovrà essere ridefinita.
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