Uccise il vicino: assolto per incapacità

La Corte d’assise accoglie la perizia psichiatrica: Amleto Petrosemolo, 72 anni, non è imputabile. Andrà 10 anni in una Rems
LANCIANO. Non imputabile perché incapace di intendere e parzialmente di volere al momento dell’omicidio: per questo è stato assolto dalla Corte di assise di Lanciano Amleto Petrosemolo, 72 anni, accusato di aver ucciso volontariamente, con le aggravanti della premeditazione e dei futili motivi, Francesco De Florio De Grandis, 72 anni, noto come Ciccillo, musicista e pittore freddato il 13 febbraio 2022 a colpi di pistola. La sentenza dopo la relazione della perizia psichiatrica di un pool di esperti nominati dalla Corte nel luglio scorso, che ha definito Petrosemolo affetto da disturbo delirante continuo.
LA SENTENZA«Assolto perché non imputabile, incapace di intendere e parzialmente di volere al momento del reato commesso. Assegnazione a una Rems (struttura sanitaria per autori di reati affetti da disturbi mentali) per 10 anni, confisca delle armi sequestrate, scarcerazione immediata e sistemazione in una struttura di sicurezza adatta alle sue patologie». È la sentenza emessa dalla Corte d'assise di Lanciano - presidente Giovanni Nappi a latere Maria Teresa Pesca e i giudici popolari - dopo neanche un’ora di camera di consiglio nei confronti di Petrosemolo, accusato di omicidio volontario aggravato nei confronti di De Grandis. La mattina del 13 febbraio 2022 Petrosemolo vide Ciccillo, dirimpettaio, uscire per prendere l’autobus e andare a messa, lo seguì portando con sé due pistole semiautomatiche e gli sparò 13 colpi alla schiena. Poi si diresse alla caserma forestale per costituirsi ma era chiusa. Andò da un’amica alla quale chiese di chiamare i carabinieri e si costituì. A chiedere l’assoluzione ai giudici lo stesso pm Mirvana Di Serio, a cui si sono associati gli avvocati Domenico Cianfrone, di Petrosemolo e Fabio Palermo, che rappresenta la moglie e i figli di De Grandis, visto che la perizia ha stabilito che l’imputato non era in grado d’intendere e parzialmente di volere al momento del fatto che porta alla non punibilità dell'uomo secondo le norme giuridiche. Presente in aula come sempre Petrosemolo, reo confesso dell'omicidio, questa volta rimasto in silenzio fino alla fine dell'udienza.
LA PERIZIASono tre le domande a cui Stefano Ferracuti, Maurizio Marasco e Gabriele Braccini, i tre medici, psicologi e psichiatri forensi, professori universitari della Sapienza di Roma hanno dovuto rispondere: se Petrosemolo era capace o meno di seguire il processo; se era incapace di intendere e volere al momento dell’omicidio e se era pericoloso a livello sociale. E le risposte sono arrivate da Ferracuti per tutti: Petrosemolo è capace di stare a processo, anche se era convinto che i suoi difensori tramavano contro di lui, e per questo ne ha cambiati molti, era incapace di intendere e volere al momento dell’omicidio e pericoloso a livello sociale: è da curare. «Abbiamo esaminato documenti, fatto colloqui singoli e uno collegiale per valutare l’imputato», spiega lo psichiatra. «Dal punto di vista clinico affermiamo con certezza che Petrosemolo soffre di disturbo delirante continuo, ha una profonda ideazione paranoica che pervade la sua psiche e ha una serie di deliri persecutori che fanno sì che legga la realtà in modo deforme, legata alla sua condizione delirante. Dal punto di vista medico legale il reato è stato espressione diretta della sua patologia psicotica. Questa malattia distrugge l'interpretazione che si ha della realtà, ne costruisce un’altra. Tutto quello che ha fatto, lo ha fatto in base alla visione del suo mondo malato». E nella sua mente immaginava pure che Ciccillo lo voleva sedurre. «Petrosemolo è socialmente pericoloso», chiude Ferracuti, «va curato, deve fare trattamenti farmacologici altrimenti peggiora il suo delirio che l’ha portato già ad uccidere».
LA FAMIGLIA DE GRANDISHanno ascoltato in silenzio, con il cuore in frantumi, la sentenza la moglie e due dei tre figli di De Grandis. «Mio marito ha sempre condotto una vita dignitosa nel poco che avevamo», dice Liliana, «non meritava quello che gli è accaduto e né che la sua memoria venisse infangata. Mi chiedo poi se quell’uomo era veramente malato, come dicono, perché aveva il porto d'armi?». Vista la non punibilità la famiglia dovrà avviare una causa civile per provare ad avere un risarcimento.
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