Uccise la moglie con 26 bastonate Giannichi condannato a 22 anni

Il delitto avvenne il 29 novembre 2019 al culmine di una lite cominciata in auto e finita in campagna Cadute le aggravanti dei futili motivi e della crudeltà perché l’uomo ha un vizio parziale di mente
LANCIANO . Ventidue anni di reclusione per aver ucciso la moglie. È la condanna inflitta dalla Corte di assise di Lanciano a Domenico Giannichi, 71 anni, di Torino di Sangro, per aver ammazzato a bastonate, il 29 novembre 2019, al culmine di una lite, la moglie Luisa Ciarelli, 65 anni. Giannichi era a processo per omicidio volontario aggravato dal vincolo matrimoniale e dall’aver agito per futili motivi e con crudeltà. I giudici - presidente Massimo Canosa, a latere Maria Rosaria Boncompagni e i giudici popolari - hanno confermato l’omicidio volontario, ma hanno fatto cadere le due aggravanti dei futili motivi e della crudeltà perché hanno riconosciuto che l’uomo aveva un vizio parziale di mente. Una condanna che il 71enne sconterà nella struttura psico-riabilitativa di Rosello dove è stato trasferito da gennaio perché «non è compatibile con il carcere viste le condizioni psicopatologiche, l’età e che non è socialmente pericoloso». Il 71enne non era presente in aula.
A chiedere 22 anni di reclusione il procuratore di Vasto, Giampiero Di Florio: «Non chiedo l'ergastolo», dice, «non è adeguato alle condizioni dell'imputato». Una requisitoria complessa tra verbali, perizie e super perizie. Giannichi «quel maledetto 29 novembre» era in auto con la moglie e «lì iniziò a litigare perché lei non voleva farlo guidare», precisa Di Florio, «come dimostrano gli occhiali e un orecchino spezzato della moglie trovati in auto. Luisa poi scese dall'auto e fuggì lungo un pendio che era sotto la strada, ma l'uomo la inseguì. Con un grosso ramo la colpì sulla testa, il volto, il naso che le fratturò: 26 colpi, di cui 6 violentissimi, sono volontari», evidenzia Di Florio. La donna tentò di difendersi e lo graffiò, ma lui continuò a picchiarla e alla fine stringendole il collo, glielo lussò. «Lei morì per l’azione combinata delle bastonate e della rotazione del collo».
L’avvocato di Giannichi, Alberto Paone, ha chiesto di riqualificare l’accusa da omicidio volontario a preterintenzionale, perché il 71enne soffriva di disturbi psichici, era paranoico, e quindi non era capace di intendere e volere. A suffragare tesi e richiesta Paone ha ricordato pure le testimonianze dei familiari, che hanno confermato che Giannichi dall’inizio del 2019, quando gli fu diagnosticato un tumore alla vescica, non era più lo stesso: batteva la testa contro il pavimento, il muro. «All’ospedale di Teramo, durante un ricovero pochi giorni prima del delitto, ha fatto in poche ore 300 telefonate al genero, si è schiaffeggiato», riporta Paone. A colpire i giudici la super perizia da loro voluta, affidata allo psichiatra Raffaele De Leonardis che ha scritto che «Giannichi aveva una "depressione maggiore con manifestazioni psicotiche","disturbo di adattamento ed elementi ipocondriaco- ossessivo-compulsivi" tali da scemare la propria capacità di intendere e volere».
I giudici hanno considerato il vizio parziale di mente che ha portato a cancellare le aggravanti, ma non hanno considerato le attenuanti generiche, che potevano ridurre la pena, chieste pure dalla Procura perché l’uomo era incensurato, ha collaborato alle indagini facendo anche ritrovare il corpo della donna. Dopo le motivazioni della sentenza Paone valuterà se fare appello.
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