Uccise moglie e amica: confermati 30 anni

21 Giugno 2019

Marfisi ammazzò le due donne con 78 coltellate. La rabbia del padre di Letizia: «Doveva essere condannato all’ergastolo»

CHIETI. «Come può la giustizia non condannare all’ergastolo un uomo che ha ammazzato due donne?». Lo dice Iziano Primiterra nel giorno in cui la Corte d’appello dell’Aquila conferma 30 anni di carcere per il genero Francesco Marfisi, 52 anni di Ortona, che ha ucciso la figlia Letizia Primiterra con 26 coltellate e l’amica di lei Laura Pezzella, finendola con altri 52 fendenti.
L’accusa aveva chiesto invece la condanna al carcere a vita e il riconoscimento delle aggravanti della crudeltà e della premeditazione, così come aveva fatto nel processo di primo grado con il rito abbreviato svoltosi il 6 luglio 2018 a Chieti e terminato con la condanna. I giudici aquilani hanno derubricato in minaccia l’accusa di tentato omicidio contestata a Marfisi nei confronti della donna che aveva dato ospitalità alla moglie in quel periodo. Il difensore di Marfisi, l’avvocato Rocco Giancristoforo, aveva invece chiesto la conferma della sentenza di primo grado contestando il tentato omicidio. Durante l'udienza Marfisi ha reso alcune dichiarazioni spontanee dicendo di essersi pentito di ciò che ha fatto ed ha chiesto scusa a tutte le donne.
La sentenza, come già avvenuto in primo grado, ha gettato nella rabbia e nello sconforto i familiari delle vittime. «Purtroppo in Italia non c’è giustizia», ha detto Iziano Primiterra. «O meglio: c’è giustizia solo per chi offende. Trent’anni sono pochi: perché il condannato, dopo 16 anni appena, rischia di essere già fuori. È assurdo non condannare al carcere a vita un essere che ha commesso un reato così ignobile. Sì, perché questo essere ha rovinato per sempre due famiglie». Iziano, in lacrime, ha aggiunto: «Mia figlia non potrà restituirmela nessuno. Ma, finché sarò in vita, continuerò a parlare di lei. E continuerò a gridare al mondo che un uomo non può trattare la donna come un oggetto di sua proprietà».
Nella sentenza di primo grado, il giudice Isabella Maria Allieri ha scritto: «Marfisi ha mostrato una totale assenza di pietà verso la vita umana». L’imputato non merita attenuanti: «Marfisi ha mentito: il giorno prima dell’omicidio non vi fu alcuna provocazione; inoltre, quanto dallo stesso riferito in ordine al fatto che da tempo veniva sbeffeggiato dalle due donne, non ha trovato alcun riscontro nei testimoni ascoltati». Non solo: «Anche a voler ammettere che le due vittime abbiano usato toni di derisione, resta il fatto che fu l’imputato a presentarsi dalla moglie armato di due coltelli e a casa della Pezzella, dopo aver sfondato la porta dell’appartamento, per ucciderla nel giro di pochi secondi, senza darle il tempo di fare nulla».
Marfisi ha evitato l’ergastolo, si diceva, perché sono state escluse la crudeltà e la premeditazione. «La condotta», è scritto sulla sentenza di primo grado, «appare illuminata da dolo d’impeto. Le modalità impetuose sono esattamente espressione di una vera e propria eruzione esplosiva. Il proposito omicidiario, posto in essere in un lasso temporo-spaziale brevissimo, sembra essere scattato senza alcuna predisposizione particolare di mezzi, se non di due coltelli di facile reperimento in cucina». Quanto alle 78 coltellate, «la ripetizione dei fendenti, il fatto che siano state colpite prevalentemente zone vitali e che la morte sia giunta pressoché subito, pur essendo espressione di cieca e pervicace volontà omicida, non appare rappresentare la volontà di infliggere sofferenze aggiuntive». Una linea condivisa anche dalla Corte d’appello.