Umilia la moglie, inflitti 3 anni a un militare
Il 48enne insultava la donna anche quando era incinta: «Sei un barattolo». Lui respinge le accuse
CHIETI. Umiliava la moglie ogni giorno, anche davanti ai figli piccoli. Un militare dell’Esercito di 48 anni, attualmente in malattia, è stato condannato ieri pomeriggio a tre anni di reclusione dal giudice del tribunale di Chieti Maurizio Sacco, che ha accolto la richiesta del pm d’aula Roberta Capanna.
L’imputato, di cui non indichiamo il nome e il comune di residenza per tutelare l’identità della vittima e dei minori coinvolti, è accusato di aver maltrattato la moglie – fino al novembre 2020 – con «condotte denigratorie volte a minarne l’autostima e a umiliarla, anche in presenza di familiari e amici». Più nel dettaglio, ricostruisce la procura, «in occasione di violenti accessi d’ira del tutto immotivati e pretestuosi, o dovuti a futili motivi», il militare ha aggredito verbalmente la coniuge, «spesso in presenza dei figli minorenni». «Scema, nullità, non capisci niente, sei una ignorante», le gridava. Durante il periodo in cui la donna era in gravidanza, il quarantottenne l’ha derisa, «criticandola aspramente per l’aumento di peso e definendola “un barattolo”, “una montona”, “una vacca”». L’inchiesta è scattata dopo la denuncia presentata ai carabinieri.
Per la parte civile, rappresentata dall’avvocato Manuela D’Arcangelo, «la vittima è stata sottoposta a più di dieci anni di vessazioni di ogni tipo: si è vista costretta ad andare via di casa perché aveva paura e non riusciva più a vivere. I testimoni hanno confermato questo contesto violento. Il racconto della donna, puntuale e coerente, è stato dunque corroborato da plurimi riscontri esterni. L’imputato ha imposto alla moglie un regime di vita persecutorio e umiliante, sia come donna che come madre: i suoi comportamenti hanno inflitto plurime sofferenze morali e fisiche. I figli della coppia, ascoltati dal tribunale dei minorenni, hanno riferito: “Papà diceva che ci avrebbe fatto qualcosa di brutto per fare del male alla mamma”». L’imputato, interdetto dai pubblici uffici per cinque anni, dovrà risarcire l’ormai ex moglie in separata sede.
«Attendiamo di leggere le motivazioni», dice invece l’avvocato Andrea Di Lizio, difensore del militare. «Siamo dispiaciuti perché l’imputato non ha potuto neanche partecipare al processo. Ci sono certificazioni della sanità pubblica che attestano una condizione di salute incompatibile con la sua presenza in aula, ma il giudice non le ha tenute in considerazione. Il mio assistito respinge le accuse e, in questo senso, ha indicato ulteriori fonti di prova, che però il giudice non ha ritenuto di dover verificare. Questi temi saranno riproposti con il ricorso in appello».
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