«Un delitto pianificato per vendicare la moglie»

L’omicidio di D’Elisa a Vasto, ecco le motivazioni della condanna di Di Lello a 30 anni «La vittima non si aspettava di essere colpita con la pistola». La difesa va in appello
VASTO. Un delitto pianificato, dall’acquisto della pistola fino all’allenamento al poligono per non commettere errori davanti alla vittima, fino al colpo di grazia sparato alla testa e al gesto finale di poggiare l’arma sulla tomba della moglie morta 7 mesi prima, il 1° luglio del 2016 per un incidente stradale. La sentenza sull’omicidio di Italo D’Elisa, ucciso all’età di 22 anni all’uscita di un bar di Vasto il 1° febbraio scorso, dice che il suo assassino, Fabio Di Lello, condannato a 30 anni di reclusione, voleva ammazzarlo per vendetta: aveva un movente Di Lello, fornaio ed ex calciatore di 34 anni, e cioè vendicare la morte della moglie Roberta Smargiassi in uno schianto con l’auto della vittima. Poi, c’è quella pistola calibro 9x21, comprata 4 mesi prima del delitto, e usata mirando a «zone vitali» come addome e testa. «Dati fattuali», dice la sentenza, «che provano agevolmente la volontà omicida dell’imputato e non già la volontà di spaventare e/o intimorire il suo antagonista». E la sentenza ripercorre il delitto secondo la sequenza delle immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza nella zona di viale Perth: «D’Elisa, uscito dal bar, si ferma dinanzi al locale a fumare un sigaretta, e rimane in detta posizione sia nel momento in cui l’imputato gli si pone di fronte, per qualche secondo, a distanza ravvicinata con atteggiamento apparentemente innocuo – al solo evidente scopo di essere certo che il giovane avvistato e poi, inseguito, fosse proprio il ragazzo che aveva ucciso la moglie – sia nel momento immediatamente successivo in cui l’imputato gli va incontro e pone in atto l’insano gesto sparandogli in rapida successione 4 colpi di arma da fuoco, di cui l’ultimo alla testa». Le immagini, dice la sentenza, raccontano che D’Elisa «non si sentiva minacciato» perché non conosceva Di Lello e tra di loro, prima dell’agguato, non c’era stata una lite finita a parolacce: secondo la sentenza, D’Elisa non ha avuto il tempo di «percepire il pericolo» e scappare nel bar o ripararsi dietro a una macchina. Di Lello, invece, conosceva bene la vittima: aveva preso le sue foto da Facebook. Ed è stato lui stesso a confessarlo nell’interrogatorio: «Io ho le sue foto che aveva messo su Facebook, la sua faccia... so chi è».
E poi la sentenza passa in rassegna gli altri elementi che portano alla tesi della premeditazione: due mesi prima del delitto, Di Lello aveva donato tutti i suoi beni ai genitori e rinunciato all’eredità della moglie «senza alcuna apparente necessità se non quella», dice la sentenza, «di scongiurare l’eventualità assai probabile che dopo il delitto sarebbe stato privato non solo della sua amata sposa ma anche del suo patrimonio». Poi, c’è l’acquisto della pistola Tanfoglio 4 mesi prima dell’omicidio: con quella pistola, dice la sentenza, Di Lello voleva uccidere e non suicidarsi altrimenti non l’avrebbe «lucidata» di continuo e non l’avrebbe portata «quasi sempre con sé». E insieme alla pistola, poi, ci sono 300 cartucce e l’allenamento al poligono. La sentenza parla anche del clima d’odio a Vasto con la scusa di chiedere «giustizia per Roberta». Fino a quei 4 colpi di pistola.
Per l’omicidio stradale, D’Elisa sarebbe andato a processo il 21 febbraio, a soli 8 mesi dallo schianto: un processo lampo. Ma Di Lello, accecato dalla rabbia, non vedeva la giustizia e non voleva sentire neanche l’invito del suo avvocato a non fare «cazzate»: «L’avvocato mi diceva “guarda Fabio che stanno andando veloci, non ti preoccupare”. L’avvocato me lo diceva, però lei si immagini io che mi sono chiuso, a me non interessava più del processo», ha detto l’assassino nell’interrogatorio. Di Lello voleva solo vendicarsi. E l’ha fatto.
La tesi della premeditazione è contestata dalla difesa di Di Lello, rappresentata dagli avvocati Giovanni Cerella e Pierpaolo Andreoni. I legali confermano che il ricorso in appello si batterà proprio sulla mancanza di premeditazione. La pistola, dice la difesa, era stata acquistata non per uccidere ma per uccidersi. E i beni erano stati ceduti per evitare che i genitori alla sua morte avrebbero dovuto affrontare i problemi di successione che lo stesso Di Lello aveva avuto dopo la scomparsa della moglie. Per la difesa, l’incontro con D’Elisa sarebbe stato «casuale» e, per la difesa, sarebbe determinante un filmato delle telecamere in cui si vede l’inversione di marcia di Di Lello alla vista del ragazzo. Cerella e Andreoni insisteranno, inoltre, sulla perizia psichiatrica: Di Lello, in cura dopo la morte della moglie, continua a essere seguito anche in carcere dal Cim.
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