Un museo dedicato al marchio Corfinio elisir made in Chieti

12 Dicembre 2014

L’inaugurazione dei locali nella sede di viale Amendola Fausto Napoli: è il primo distillato d’erbe fatto in Abruzzo

CHIETI. Una bottiglia dipinta a mano che, nel lontano 1883, ha custodito i sapori del pregiato liquore distillato teatino, un documento del 1884 a firma del re Vittorio Emanuele ed un altro ancora con l’elenco delle esportazioni eseguite in America nei primi del Novecento. Sono le chicche del primo museo del Corfinio, il celebre distillato teatino nato nel 1858 grazie alla manualità e all’alchimia di Giulio Barattucci, membro del cenacolo dannunziano. La piccola sala, uno scrigno della tradizione teatina, è stata inaugurata ieri mattina lungo viale Amendola. A fare gli onori di casa Fausto Napoli Barattucci, l’unico ad essere in possesso dei brevetti, del marchio e, soprattutto, della ricetta del Corfinio che è la perfetta sintesi di 42 erbe, radici, fiori, foglie e semi abilmente mescolate tra loro. Il liquore, in origine, era lavorato in tre distillerie, a Chieti, a Pescara e a Napoli. In città la sede storica del Corfinio Giulio Barattucci era in via D’Aragona, a due passi dall’istituto industriale. L’azienda, nel 1925, subì un incendio doloso. «Con le fiamm» ricorda Napoli Barattucci «che bruciarono ininterrottamente per tre giorni e per tre notti». Un evento calamitoso che non intaccò la gloriosa storia del Corfinio, il primo distillato di erbe d’Abruzzo e, con merito, tra i primi d’Italia. Centocinquantasei anni di produzione di un distillato ideato da Giulio Barattucci, padre di diciotto figli e trisavolo di Fausto Napoli. «I figli maschi avevano tutti nomi che iniziavano con la A mentre le donne con la E. La ricetta» spiega Napoli Barattucci «veniva tramandata soltanto ai maschi con qualche rara eccezione». Che interessò anche Anna Barattucci, madre di Fausto Napoli. Il quale ha ereditato il cognome materno nel 2005. Adesso è l’unico custode dei segreti del Corfinio raccontati in un libro che uscirà sabato e negli scaffali del museo di viale Amendola. Dove ogni mensola trasuda di storia teatina. Si possono ammirare le bottiglie di fine Ottocento che, per prime, conservarono il sapore del Corfinio per passare, poi, alle pareti piene di documenti d’epoca. Una bacheca conserva l’elenco delle esportazioni di Corfinio effettuate in America nel 1933, un’altra ancora la comunicazione ufficiale di re Vittorio Emanuele che, nel 1884, rese il Corfinio un prodotto della casa reale con tanto di spilla conservata, gelosamente, da Fausto Napoli. Alzando gli occhi, invece, fanno bella mostra di loro gli attestati di partecipazione alle fiere di Napoli (1900), Tripoli (1929) e Parigi (1937). «L’obiettivo» annuncia Napoli Barattucci «è tornare ad esportare il Corfinio, in un futuro prossimo, anche all’estero».