«Una squadra d’azione che viveva facendo reati»

26 Giugno 2021

Il giudice: attività frenetica, si vantavano di ritirare anche 80mila euro al giorno Uno degli arrestati fermato mentre era in vacanza con la famiglia in Sardegna

CHIETI . Era «frenetica» l’attività portata avanti dalla banda che riciclava i soldi del maxi traffico illecito di rifiuti scoperto da carabinieri e finanza. Lo scrive il giudice Luca De Ninis nell’ordinanza di custodia cautelare che ha azzerato «un’organizzazione criminale» che non ha interrotto i suoi affari neppure quando gli indagati sono venuti a conoscenza che le fiamme gialle avevano avviato una verifica fiscale in una delle società fittizie utilizzate per coprire le operazioni illegali. Gli imprenditori Claudio Di Battista ed Emanuele Violi, nella scelta di chi inviare agli uffici postali per recuperare i soldi “ripuliti” con i finti acquisti, si sono affidati «a un gruppo di riciclatori scelti tra soggetti tipicamente votati a svolgere il lavoro “sporco” e assumere i relativi rischi, in maggioranza portatori di plurimi precedenti penali, tutti però privi di redditi».
Il giudice le definisce «vere e proprie “squadre di azione”». Gli importi dei prelievi erano limitati, ovvero inferiori ai mille euro, «in modo da eludere la soglia del controllo antiriciclaggio», spiegano le fiamme gialle. Un’intercettazione ambientale dà l’idea della frequenza con la quale gli indagati prelevavano il denaro. Uno di loro, Massimo Grossi, in auto insieme al complice Giancarlo Potente, dice che negli ultimi quattro mesi ha percorso ben 38mila chilometri. «È una media da commesso viaggiatore», scrive il pm Giuseppe Falasca. «La percorrenza era ancora più significativa se si considera che il raggio di azione era circoscritto ai territori limitrofi di Chieti e di Pescara». Qualche altro esempio? Il 26 marzo del 2019 un altro indagato, Filippo De Marco, accompagnato anche lui da Potente, ha raggiunto ben 18 uffici postali. «Sempre tramite intercettazioni ambientali», continua l’accusa, «era possibile cogliere la conversazione tra Giancarlo Potente e il figlio Alessandro che lo accompagnava: il padre si vantava dicendogli che, qualora fosse stato remunerato in modo più gratificante, sarebbe stato in grado di recuperare anche 50mila euro al giorno».
E non si è trattato di una semplice vanteria. «Il 5 giugno del 2019», ricostruisce il pm, «al rientro da un percorso tra uffici postali della zona ben documentato dal tracciato del dispositivo gps installato sull’autovettura, Alessandro Potente rispondeva alla domanda di De Marco che lo accompagnava in quel frangente e gli comunicava che nella sola mattinata avevano ritirato 18.500 euro, mentre Pierluigi D’Alessandro (anche lui arrestato; ndr), in giornata aveva prelevato ben 32mila euro». E non finisce qui: «Nello stesso pomeriggio, De Marco avrebbe ritirato ulteriori 2.100 euro nell’ufficio postale di Chieti, in via Albanese, e a fine serata, riceveva i complimenti di Alessandro Potente per il “lavoro” svolto nel pomeriggio del giorno precedente, ovvero il 4 giugno del 2019, nel corso del quale avevano prelevato in totale la somma di 85mila euro».
Il giudice De Ninis tira le somme: tutti gli indagati «hanno prestato piena e stabile adesione a un regime di vita fondato sull’illecito, unico in grado di procurare loro mezzi economici e possibilità economiche, anche per scopi voluttuari (si pensi alle frequentazioni delle sale scommesse), ai quali certamente ciascuno di loro aspira». Gli arrestati sono difesi, tra gli altri, dagli avvocati Marco Femminella, Corradino Marinelli, Andrea Cocco e Valter Marino: la prossima settimana potranno fornire la loro versione dei fatti durante gli interrogatori di garanzia. Tra loro c’è anche Gianni D’Alessandro: ieri mattina gli investigatori lo hanno arrestato in Sardegna, dov’era in vacanza con la famiglia. (g.let.)
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