Zona industriale, ancora veleni trovati sottoterra

Le ultime analisi dell’Arta confermano la presenza di sostanze tossiche Per le ditte dell’area imposte misure di sicurezza e nuove regole per i lavori
CHIETI. Anche ampliare un capannone diventa una sfida alla burocrazia nel Sir di Chieti Scalo, il sito di interesse regionale per l’inquinamento. La mancata bonifica dei terreni, attesa da oltre dieci anni, diventa un peso che grava sulle imprese della zona: investire nell’area industriale dello Scalo, tra via Piaggio, via Penne e via Mammarella, richiede più tempo che altrove, più difficoltà amministrative e anche più spese da sostenere. Finora, le uniche bonifiche già eseguite sono quelle dei privati.
L’ordinanza che vieta il consumo dell’acqua nella zona a causa della presenza di «aree con interramento di rifiuti» porta la data del 29 ottobre 2008, all’epoca del sindaco Francesco Ricci: in 13 anni, la bonifica dei terreni contaminati dalle sostanze tossiche non è stata ancora avviata, a partire dall'ex conceria considerata una delle fonti dell’inquinamento nonostante sia dismessa da decenni. Quell’ordinanza, la numero 542, è ancora in vigore nonostante l’alternanza dei sindaci – due volte Umberto Di Primio con il centrodestra e da quasi un anno Diego Ferrara (centrosinistra e liste civiche) – e dei presidenti della Regione, ente che ha l’ultima parola sui finanziamenti: vietato usare l’acqua dei pozzi per coltivare frutta e verdura, vietato mangiare vegetali spontanei, vietato movimentare i terreni e niente animali al pascolo. E anche l’elenco degli inquinanti nei terreni non è cambiato nel tempo: le ultime analisi nella zona, eseguite perché due ditte hanno presentato al Comune progetti di ampliamento, hanno confermato il precedente quadro allarmante con la presenza di veleni nei terreni: anche stavolta sono state scoperte concentrazioni elevate di triclorometano, cloruro di vinile e 1.2 dicloropropano con l’ennesima certificazione di «un rischio ambientale per le acque sotterranee» in una zona poco distante dal fiume Pescara.
A queste condizioni, l’Arta detta le prescrizioni per consentire l’ingrandimento dei capannoni: gli interventi privati, anche ampliamenti edilizi, devono essere fatti «senza interferire con un eventuale progetto di messa in sicurezza».
Il protocollo da seguire per le ditte, anche quelle che subentrano alle passate gestioni, è complicato e si traduce in una lunga sequenza di conferenze di servizi. È un percorso a ostacoli anche per opere edilizie. Sulle imprese grava l’obbligo di realizzare sistemi di contenimento dell'inquinamento mentre la parte pubblica è ferma. Alle ditte interessate, poi, si impone di «effettuare un ulteriore monitoraggio delle acque sotterranee a cadenza semestrale con analisi e per un anno anche al fine di attualizzare lo stato di contaminazione». E il controllo, sottolinea l’Arta, «dovrebbe riguardare anche tutte le aree prossime al sito che sono già in procedura di bonifica/messa in sicurezza o effettuate in aree non soggette a procedure».
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