«È stato lui a colpirmi, io mi sono difeso»

1 Aprile 2015

Non cambia versione il giovane indagato per “lesioni insanabili” al giornalista Daita. Un bicchiere diventa il suo alibi

CHIETI. Ha il volto di un adolescente, Emanuele D’Onofrio, 23 anni di Chieti, mentre sale le scale della procura accompagnato dal difensore. Un adoloscente accusato di aver ridotto in fin di vita Simone Daita, 51 anni, giornalista di Chieti, ricoverato da un mese nel reparto di rianimazione a Pescara.

«E’ stato lui a colpirmi per primo con un pugno sotto il mento» dice il giovane teatino, «il secondo l’ho schivato. Avevo ancora in mano il bicchiere. Lui mi ha aggredito ed io mi sono difeso», afferma senza cambiare una sola virgola della sua prima versione. «Siamo venuti a contatto, ho lasciato cadere il bicchiere che tenevo con la mano sinistra e gli ho dato un solo pugno al mento», continua Emanuale davanti al pm, Giuseppe Falasca, che lo sta ascoltando e verbalizzando nella sua stanza al secondo piano della procura. Sono le 11,30 di ieri quando D’Onofrio viene interrogato dal magistrato. Gli sta accanto l’avvocato Roberto Di Loreto. In stanza ci sono anche gli investigatori della Squadra mobile, Fabrizio Purgatorio e Nicola Di Nicola che, con il collega Alessandro Di Michelangelo, indagano da quella notte maledetta del 28 febbraio scorso che ha trasformato Simone in un essere vegetale senza alcuna possibilità che torni a vivere come prima. «L’ho colpito e poi l’ho visto mentre urtava contro la serranda del negozio vicino al bar di piazza Vico. Lui sì è girato su un fianco ed è caduto a terra sbattendo la nuca. Vi faccio vedere come ha fatto», continua D’Onofrio che davanti agli occhi del magistrato mima gli ultimi attimi di coscienza di Simone Daita. «Un solo pugno», ripete anche quando il pm gli contesta l’aggravante delle lesioni personali insanabili mostrandogli il referto dei medici di Pescara che parla chiaramente di più pugni, almeno due, che hanno causato al 51enne la frattura dell’osso frontale e la duplice frattura agli zigomi, alle quali si aggiunge la rottura dell’osso occipitale dovuta alla caduta di spalle a peso morto. Il pm, quasi per caso, scopre che D’Onofrio è mancino. Se ne accorge quando firma il verbale dell’interrogatorio. Quindi la storia del bicchiere tenuto con la sinistra e gettato solo per difendersi e colpire per secondo regge. Ma la parte successiva del racconto rischia di far finire in un vicolo cieco il giovane indagato. D’Onofrio infatti dice di essere rimasto sul posto per almeno un minuto durante il quale ha assistito ai soccorsi a Daita da parte della titolare del bar e di un altro giovane che, già sentiti come testimoni, hanno confermato. In questa fase immediatamente dopo l’aggressione nessuno quindi ha colpito ulteriormente il 51enne. Trascorso quel minuto, il giovane indagato si è dileguato dalla scena del dramma, dirigendosi verso i Tempietti romani, come aveva già detto alla polizia qualche ora dopo i fatti di piazza Vico. Aveva capito, D’Onofrio, del fatto gravissimo che si era appena consumato in quel sabato notte della fine di febbraio. Ma poi è tornato indietro.

«In piazza c’era l’ambulanza», ha raccontato ieri al pm. Allora chi ha sferrato l’altro o gli altri pugni contro il volto del povero Simone? I sette testimoni finora sentiti dalla polizia hanno tutti ripetuto di non aver visto la scena di D’Onofrio che colpisce Daita, ma ricordano solo il rumore dell’urto contro la serranda. Verranno però tutti riconvocati e riascoltati dagli investigatori oltre che avvertiti del rischio di essere incriminati per falsa testimonianza. L’altra novità investigativa è che accusa e difesa sono d’accordo a far eseguire una perizia sulle fratture subìte da Simone. Ma pm e difensore hanno obiettivi diversi. Il primo vuole la conferma che i pugni sono stati più di uno per dimostrare che la versione data dal 23 non è credibile e cioè che D’Onofrio avrebbe sferrato un terribile “uno due” alla testa del giornalista; il secondo, invece, punta alla tesi della frattura pregressa, causata da qualcun altro a Daita prima che questi arrivasse in piazza per chiedere una sigaretta, che gli viene negata, e per apostrofare chi ha di fronte con la frase «Sporchi fascisti vi sparo a tutti». Troppo poco per una condanna a morte.