È un caso la riassunzione negata

25 Maggio 2017

Per tre volte i giudici danno ragione a un operaio della Tasso licenziato. L’azienda continua a dire no

ATESSA. Ha vinto la causa contro l’azienda che lo aveva licenziato e il ricorso in Corte d’appello, ma da un anno e mezzo è pagato per stare a casa. È quanto sta accadendo a Mario Esposito, sindacalista della Fiom e dipendente della Tasso, azienda del tessuto metalmeccanico della Val di Sangro. Il lavoratore era stato licenziato perché, a seguito di un controllo da parte di un’agenzia investigativa ingaggiata dall’azienda, era stato trovato a lavorare presso terzi nel suo ultimo giorno di assenza per malattia. Esposito era affetto da gastroenterite e aveva svolto un’attività di tinteggiatura presso terzi molto limitata, per un totale di circa tre ore e mezzo. Il giudice del lavoro del tribunale di Lanciano, e ora la Corte d’appello dell’Aquila, hanno giudicato sproporzionato il licenziamento, ipotizzando semmai una sanzione conservativa, ovvero la sospensione, tenendo conto che se il dipendente si sentiva meglio avrebbe potuto offrire la sua prestazione lavorativa e le sue energie al datore di lavoro per il principio, affermato dalla Cassazione, dell’obbligo di lealtà per il lavoratore dipendente. Tuttavia, non c’è obbligo per il dipendente in malattia di stare a casa 24 ore su 24. Di qui l’annullamento del licenziamento e l’obbligo di reintegrarlo sul posto di lavoro, confermato anche in appello.
«La Fiom ha scritto un’altra pagina di storia sindacale», afferma il segretario provinciale Davide Labbrozzi «l’azienda, malgrado per tre gradi di giudizio abbia avuto torto, sta umiliando il lavoratore, sindacalista e padre di due bambini. Le sentenze vanno rispettate. Se la Tasso dovesse continuare ad essere inadempiente organizzeremo una manifestazione davanti ai cancelli della fabbrica dal tema: no all’arroganza degli imprenditori padroni». «È stata già fissata l’udienza, a fine giugno, del nostro ricorso per reintegrare il lavoratore in fabbrica», interviene l’avvocato Domenico Sciorra, legale della Fiom e difensore del dipendente, «questo atteggiamento di superbia da parte dell’azienda infastidisce: si può capire di non condividere una sentenza e quindi fare ricorso, ma l’alterigia, il voler tener fermo il principio iniziale non lo abbiamo riscontrato neanche con aziende grandi come Sevel e Honda. Non si capisce questa ostinazione, ma siamo pronti a portare avanti il ricorso fino alla sentenza e contestualmente a chiedere un risarcimento danni».
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