Comunicato Stampa: “Fatti e Disfatti”, Elio Garzillo racconta le ferite del paesaggio italiano

29 Maggio 2026


L’ Italia rischia di perdere il proprio patrimonio paesaggistico non soltanto quando un edificio sbagliato si impone su una piazza o quando una città storica viene costretta a somigliare a una qualunque macchina di consumo. Lo perde quando l’ eccezione alle regole comincia a sembrare ragionevole, quando la deroga viene chiamata necessità e il linguaggio amministrativo smette di descrivere la realtà e inizia a renderla più docile. 
È questa zona grigia il territorio attraversato da “Fatti e Disfatti. Tra regole aggirate, furbizie e fuoco amico. L’imboscata finale alle città e al paesaggio italiano” di Elio Garzillo , pubblicato dal Gruppo Albatros Il Filo. Il volume nasce come indagine sul mondo dei beni culturali, dell’urbanistica, della tutela e del paesaggio, ma assume progressivamente la forma di una ricostruzione civile più ampia: non un semplice catalogo di storture o un repertorio di casi amministrativi, bensì il tentativo di individuare una logica, un metodo e dunque una genealogia del deterioramento. 
Elio Garzillo , architetto specializzato in Restauro dei Monumenti, ha attraversato per decenni il sistema della tutela dei beni culturali dall’interno, ricoprendo incarichi di responsabilità nel Ministero della Cultura , tra ruoli di Soprintendente, Direttore Regionale e Dirigente Generale. Ha insegnato, studiato, pubblicato, lavorato sui territori e nelle istituzioni. “Fatti e Disfatti” non è pertanto il libro di chi osserva da lontano il cedimento di un edificio, ma di chi ne ha conosciuto le fondamenta, le stanze, le scale di servizio, le porte chiuse e quelle lasciate inspiegabilmente aperte.
Milano, Napoli, Cagliari, Paestum, Pozzuoli, Modena, Parma, Roma : la geografia del libro si presenta come un atlante di ferite. L’autore propone una lunga serie di esempi, a partire dal Grattacielo Pirelli , poi la torre Telecom Italia di Napoli , la Playa di Cagliari trasformata in porto industriale, gli abusi nell’area di Paestum e tanti altri luoghi in cui un’anomalia non resta confinata al proprio tempo, ma rischia di generare dei precedenti. L’autore parte da questi episodi e cerca un nesso tra essi: «Il nostro obiettivo sarà quello di individuare una (anzi “la”) “teoria” in grado di spiegare perché certe cose sono accadute ed accadono », scrive, perché «nulla accade per caso e c’è sempre un meccanismo, un sistema magari non immediatamente visibile, che si muove all’unisono e che coinvolge azioni, luoghi, attori».
Il libro tiene insieme due movimenti opposti e complementari. Da un lato ci sono i fatti : documenti, provvedimenti, sentenze, decisioni e responsabilità, dall’altro ci sono i disfatti : ciò che quei fatti producono quando vengono lasciati sedimentare senza memoria critica, quando le forzature diventano modelli e gli errori vengono assorbiti dal paesaggio fino a sembrare parte naturale della sua storia. Il sottotitolo chiarisce ulteriormente la traiettoria: il pericolo, per Garzillo, non arriva soltanto da fuori, dagli speculatori, dai privati, dagli interessi economici o dalla politica del risultato immediato. Arriva anche da dentro, dal “fuoco amico” delle strutture chiamate a tutela del paesaggio e spesso descritte come indebolite, esitanti o inclini ad accettare compromessi.
L’autore si scaglia contro ciò che definisce la “dittatura del presente” , quell’agire pubblico dominato dall’urgenza, dalla semplificazione, dalla retorica dell’efficienza immediata. Garzillo individua in questa postura una vera mutazione culturale: «Dietro ha fatto prima capolino e poi è venuto avanti con forza inarrestabile un virus infettante e maligno, partito come abbiamo visto da Milano e propagatosi, con alcune differenze, ovunque. È la religione del fare , con la sua mentalità semplificatrice e derogatoria, unita al declino inarrestabile della cultura delle regole». Il paesaggio, le città storiche, i beni monumentali richiedono tempo, responsabilità e continuità amministrativa. La logica dell’urgenza descritta dall’autore, invece, pretende soluzioni rapide e procedure più leggere, mediazioni che spesso sembrano finire per svuotare la tutela della sua funzione originaria.
Da qui deriva anche l’ attenzione al linguaggio . Garzillo mostra come certe parole possano funzionare da lasciapassare: reversibile, provvisorio, precario, mitigazione, compensazione, sanatoria, discrezionalità tecnica, sono termini apparentemente ragionevoli che diventano, nel racconto dell’autore, “furbizie”, strumenti di anestesia che, piuttosto che risolvere il conflitto, lo spostano in una zona meno visibile.
Garzillo sceglie una scrittura ibrida, tra saggio tecnico, memoria personale e pamphlet civile . Le pagine sono attraversate da riferimenti letterari, immagini ironiche, scarti improvvisi, formule taglienti. L’autore può passare da una vicenda amministrativa a un’immagine quasi teatrale, da una norma a una battuta amara: in alcuni punti la scrittura assume il tono di un’elegia indignata, come se alla precisione dell’architetto si sovrapponesse la malinconia di chi vede trasformarsi non soltanto un sistema, ma un’intera idea di Paese.
Il volume, già presentato a Bologna il 19 febbraio in Biblioteca Salaborsa , nell’ambito della rassegna “Le voci dei Libri” , poi a Roma, il 24 aprile, presso la Fondazione Marco Besso , non è destinato soltanto agli specialisti di architettura, restauro o diritto amministrativo, ma è volto ad aprire una discussione pubblica sulla fragilità del patrimonio culturale italiano. 
Ne deriva una lettura esigente , perché richiede attenzione e disponibilità a entrare in questioni spesso ritenute ostiche, ma necessaria , perché restituisce alla tutela dei beni culturali il suo significato più ampio: non una pratica burocratica o un freno allo sviluppo, ma una forma di responsabilità verso ciò che rende abitabile e riconoscibile un Paese. 
Per questo la denuncia di Garzillo non ha il tono della rassegnazione. La sua è una scrittura amareggiata, spesso severa, ma non nichilista. Il libro non si limita a registrare una sconfitta: prova a capire come quest’ultima sia stata costruita, quali parole l’abbiano resa accettabile, quali passaggi l’abbiano favorita e quali silenzi l’abbiano accompagnata. L’autore riconosce che «lo stato dei fatti […] è grave» e che «può non essere sufficiente registrare e comunicare la situazione complessiva con solerte precisione». Perché «i fatti, ben mostrati, possono parlare da sé, ma servono nuovi equilibri, nuove gravità, nuove utopie in cui si aggroviglino audacia e spavento».
"Fatti e Disfatti" è dunque un libro sul paesaggio italiano, ma anche sul modo in cui una società impara a non scandalizzarsi più. Racconta città, coste, monumenti, uffici, norme e sentenze, ma il suo oggetto più profondo è l’assuefazione alla perdita di identità. Garzillo riapre dossier che sembravano chiusi e mostra che nulla resta davvero confinato al passato quando continua a produrre effetti nel presente. Ma è proprio da questa consapevolezza che può nascere una possibilità diversa: tornare a nominare le cose con precisione, riconoscere le ferite e restituire alla tutela il suo significato più profondo. Perché il paesaggio italiano perde voce quando smettiamo di ascoltarlo, ma può ancora parlare se qualcuno torna a interrogarlo con responsabilità, memoria e coraggio.
 

La responsabilità editoriale e i contenuti di cui al presente comunicato stampa sono a cura di NEW LIFE BOOK