Comunicato Stampa: L’irriverenza delle lettere: con Verve la cultura mostra i denti
Un verso imparato a memoria può accompagnare una vita intera, fino a diventare una formula che si riconosce prima ancora di comprenderla. La parodia interviene in questo spazio di familiarità: altera una parola, introduce un oggetto incongruo, cambia il destinatario di una dichiarazione d’amore. Il ritmo continua a condurre il lettore lungo una strada conosciuta, mentre il senso lo porta altrove. Perché il riso scatti, qualcosa dell’originale deve restare intatto: abbastanza da rendere percepibile, e significativo, il tradimento.
Su questa complicità con la memoria letteraria si incontrano "Nel mezzo del casin di Monna Ghita" di Simonetta Traversetti e "Accostamenti giudiziosi. Parodia e ironia, paradossi e calembours" di Giuseppe Zaccaria , pubblicati da Lastarìa Edizioni nella collana Verve . Due libri diversi per architettura e temperamento, accomunati dalla capacità di trasformare il patrimonio dei classici in uno strumento di invenzione e di critica. Nell’incontro tra parodia letteraria e satira sociale e politica prende forma una proposta editoriale che affida alla comicità un lavoro preciso sulle parole.
Il titolo di Traversetti contiene già il programma della raccolta. L’incipit della Commedia conserva una cadenza immediatamente riconoscibile, mentre il cammino esistenziale lascia posto a una sortita ai piaceri della carne. Il cambio di scenario trascina Dante e Virgilio in una vicenda di desideri, equivoci e contrattazioni, fra arcaismi e intrusioni contemporanee. Il comico dipende dalla resistenza della lingua del modello alla nuova materia: la solennità sopravvive quanto basta per rendere più vistoso lo scarto. In Psicanalisi all’Inferno, la soglia oltremondana diventa l’ingresso nello studio di un terapeuta: «Lasciate euro 90, voi ch’intrate». La sentenza assoluta si converte in tariffa professionale, e l’angoscia incontra il proprio listino.
La raccolta percorre secoli di poesia italiana, da Cecco Angiolieri a Caproni , attraverso Petrarca, Ariosto, Manzoni, Leopardi, Pascoli, D’Annunzio e Gozzano . L’ordine degli autori suggerisce il profilo di un’antologia scolastica sottoposta a un sistematico scompiglio. Ai rifacimenti si affiancano sonetti alla maniera di Belli ; una sezione conclusiva di sonetti romaneschi torna sugli episodi biblici, dalla creazione all’Annunciazione. Il sacro acquista voci domestiche, impazienze e inflessioni da conversazione di quartiere.
È soprattutto nella continuità del lavoro formale che Traversetti mostra la propria sicurezza. Riprende rime, cadenze, costruzioni e tratti lessicali caratteristici, conserva l’andamento del modello anche quando il soggetto si allontana radicalmente dal suo orizzonte. "La sera fiesolana" diventa "La spesa dannunziana": robiole, salami e passata di pomodoro vengono investiti da una sontuosità verbale che rende il banco alimentare un luogo di estenuata ricerca sensoriale. Nel "Supermarket notturno", riscrittura del "Gelsomino" pascoliano, la trama dei richiami sonori accompagna una scena di merci deteriorate, clienti e cassiere. Il lettore ascolta contemporaneamente il testo ricordato e quello che ha davanti.
Il corpo occupa questo universo con i suoi appetiti e le sue disavventure. Sesso, fame, malanni e funzioni fisiologiche incrinano pose solenni e idealizzazioni, secondo una logica di abbassamento che attraversa buona parte del volume. L’ oscenità , frequente ed esplicita, entra nel meccanismo della riscrittura insieme al gusto per l’accumulo e alla battuta conclusiva. Anche i dialoghi hanno un peso decisivo: una replica può capovolgere un episodio, una protesta interrompere il cerimoniale, un dettaglio prosaico sgonfiare l’enfasi. L’esperienza di Traversetti, traduttrice shakespeariana per il teatro, dal "Sogno di una notte di mezza estate" alle "Allegre comari di Windsor", adattate con Fabio Grossi, offre un elemento pertinente per leggere questa attenzione al ritmo dello scambio e all’efficacia della scena.
"Accostamenti giudiziosi", dal 16 ottobre in libreria, annuncia fin dal titolo una diversa tensione. L’aggettivo promette discernimento, mentre gli accostamenti procedono spesso attraverso somiglianze sonore, equivoci e associazioni imprevedibili. Proprio il contrasto tra il tono ragionevole dell’esposizione e l’arbitrarietà delle sue conclusioni alimenta il gioco. Zaccaria distribuisce il materiale in dodici sezioni: versi, voci di un’enciclopedia immaginaria, studi letterari contraffatti, esercizi didattici, variazioni sui titoli, incursioni nella pittura, esempi sacri e profani, giochi verbali, satira politica e racconti. Si passa dalla battuta di poche righe al racconto costruito attorno a un equivoco.
Nella "Breve storia della città di Rho", il suono di un toponimo genera una genealogia fantastica di città, personaggi e istituzioni. L’erudizione presta alla concatenazione assurda i propri gesti più riconoscibili: spiegazioni etimologiche, richiami alle fonti, precisazioni che sembrano destinate a fugare ogni dubbio. La forma persuasiva rende plausibile persino una ricostruzione arbitraria. Altrove è un titolo a produrre una trama. Con "Il cavaliere insistente", Calvino diventa il presunto autore della storia di un cicisbeo respinto dalle dame; "La fiera della sanità" trasforma il richiamo a Thackeray in una stoccata alle carenze ospedaliere. La sostituzione minima apre un diverso campo di significati.
Il retroterra di Zaccaria rende particolarmente interessante questa pratica. Critico letterario e docente di Letteratura italiana all’Università del Piemonte Orientale, tra le pagine della sua ultima fatica letteraria il sapere accademico diventa anche oggetto di autoironia, fino al racconto "Il dottor Bianchi e la segretaria Rossi", dove il linguaggio della narratologia e le digressioni del narratore prendono il sopravvento sulla vicenda. La prefazione di Margherita Oggero insiste sulla capacità dell’autore di stabilire connessioni sorprendenti; la postfazione riconduce la composizione alla varietà, all’apertura e alla discontinuità. Il lettore è invitato a proseguire mentalmente le combinazioni. Impreziosisce l'opera una copertina ideata e disegnata da Ugo Nespolo.
Fra le sezioni più incisive figura "Per una riforma della didattica". Le domande rivolte allo studente crescono per assurdità e sproporzione: l’incipit dell’Orlando furioso diventa il punto di partenza per la richiesta di trascrivere e imparare a memoria l’opera, mentre i versi di Quasimodo suggeriscono interrogativi sulla protezione dai raggi solari. La parodia colpisce l’automatismo che confonde la comprensione con l’esecuzione di un compito e l’analisi con un inventario di figure retoriche. A essere interrogato è il modo in cui si trasmette la letteratura: il rischio che la procedura didattica occupi tutto lo spazio disponibile, lasciando fuori l’esperienza del testo.
Il confronto fra i due libri trova un ulteriore terreno nella rappresentazione del potere . In Traversetti, l’"Inno a Silvio" e il "Discorso pe’ la poltrona", entrambi riferiti in nota alla campagna elettorale berlusconiana del 2001, intrecciano personalizzazione della politica, seduzione televisiva e costruzione del consenso. In Zaccaria, la sezione "Per una riforma della politica" prende di mira figure e retoriche della destra italiana e internazionale, con incursioni su propaganda, povertà e rapporti fra governo e magistratura. Il finto encomio è uno degli strumenti più insistiti: l’elogio si fa tanto enfatico da esporre la contraddizione che vorrebbe celebrare. La comicità assume qui il carattere di una polemica riconoscibile, radicata nei riferimenti della cronaca.
Traversetti sostiene il rovesciamento dentro strutture poetiche riconoscibili e lo sviluppa spesso in scene; Zaccaria mette in circolo forme diverse e sfrutta la rapidità con cui un vocabolo può cambiare il senso di una frase. Entrambi chiedono al lettore di partecipare: ritrovare il modello, avvertire una stonatura, riconoscere dietro una dimostrazione impeccabile il vuoto del ragionamento. È in questa attività che la leggerezza acquista spessore critico e restituisce alla lettura una quota di sorpresa.
La collana Verve accosta così due modi di frequentare la tradizione con libertà , portandone alla luce la disponibilità al gioco e la forza di interrogare il presente. Dopo la deformazione, un verso può tornare alla memoria con una nitidezza nuova; una formula pubblica, ripetuta fino a sembrare naturale, può rivelare finalmente il proprio artificio. Il riso cambia l’ascolto. E anche una sola parola può rimettere in discussione tutto il discorso.
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