A Pescara il primo Festival della Comunicazione creativa

2 Ottobre 2023

Evento il 7 ottobre: lo scrittore Tempia presenta il suo libro sulla ricerca della felicità

PESCARA. «“Una” felicità e non “la” felicità. Un articolo indeterminativo che determina il mio straordinario ottimismo. Come scriveva Cesare Zavattini, in una lettera a Franco Maria Ricci: io sono un pessimista, ma mi dimentico spesso di esserlo». Scava nelle nostre insoddisfazioni Simone Tempia, ricordandoci, però, che la felicità cui tutti aneliamo è fatta di tante felicità, di momenti da assaporare e per cui essere grati.
Lo scrittore piemontese, 40 anni tondi, con il suo nuovo libro “il Piero o La ricerca di una felicità”, edito da Rizzoli Lizard con illustrazioni di Marco Paolini, è l’ospite di punta del primo Festival della Comunicazione creativa, in programma sabato 7 ottobre al Circolo Aternino di Pescara. La manifestazione, organizzata da Emanuela Costantini e patrocinata dal Comune, porterà in città professionisti del settore della comunicazione nel senso più ampio. Un’intensa giornata che si aprirà alle ore 10 con laboratori, per proseguire con incontri e performance fino ad arrivare alla presentazione del libro di Tempia, alle 18.30, che chiuderà la manifestazione. È lui l’ideatore dei personaggi di Sir e del suo maggiordomo Lloyd: fra i due, ogni giorno, si svolge un dialogo: poche battute fulminanti che dal 2014 Simone Tempia pubblica sulla sua pagina Facebook, così “Vita con Lloyd” è diventato un fenomeno sul web e anche in libreria. L’autore si racconta al Centro in occasione della sua partecipazione alla rassegna.
Tempia, lei torna a Pescara, dopo le sue partecipazioni al Fla. Che ricordi ha della città?
Meravigliosi. Davvero. Trovo sempre persone molto attente a tutto ciò che è creatività, letteratura, c’è notevole fermento. Il lavoro fatto con il Festival di libri e altre cose è straordinario: è diventato il festival forse più riconosciuto e riconoscibile in Italia. Questo è merito degli organizzatori, ma anche di come la comunità accoglie queste iniziative.
“Il Piero o La ricerca di una felicità”. Non della felicità generica ma di “una” felicità. Ci presenta Piero e cosa intende per “una” felicità?
“Una” felicità sembra una cosa piccola, ma se c’è “una” felicità vuol dire che ce ne sono tante. Questo concetto apre le porte a una vita in cui l’obiettivo non è cercare la felicità, che è una soltanto e se la trovi è bene, se non la trovi sei infelice. Ce ne sono tante di felicità: se non hai trovato quella, ne troverai un’altra, la vita ti riserverà sempre qualcosa di buono. Piero è la quintessenza delle nevrosi che contraddistinguono la mia generazione, di figli degli anni Ottanta. È un precario a tempo indeterminato, laddove il precariato è diventato una condizione di vita: tracima verso gli affetti, le nostre amicizie e anche verso quel che noi percepiamo di noi stessi.
Cosa rappresenta per lei il concetto di felicità?
Proprio come Piero, ne ho tante. È rappresentata di volta in volta da cose diverse. Anche l’idea di venire a Pescara, guardare le persone negli occhi, dialogare al di fuori della pagina scritta, è una felicità. Soprattutto, lo è essere stato invitato, perché un invito è qualcosa di sacro; quando qualcuno ti invita devi essere orgoglioso e grato per la fiducia che ripone in te. Già l’invito è una felicità.
Con ironia e sagacia, Lloyd aiuta a colorare la vita. Come nasce l’idea di un maggiordomo immaginario?
Come il guizzo di una mattina, l’intuizione di un attimo. Mi sono svegliato e ho scritto un dialogo in cui c’era questo maggiordomo e, leggendolo, mi sono detto: “Ecco, questo sono io”. È una cosa mia in cui riesco a mettere tutto me stesso. Nasce dall’esigenza di raccontarmi, di raccontare storie mie in un modo puntuale e onesto. Un’onestà che va oltre qualunque tipo di moda, consiglio e filone narrativo. Le parole di Lloyd non sono mai lapidarie, sono punti di vista che ognuno può sviluppare come vuole; credo sia questo il motivo per cui ha questo grande seguito.
Quali sono gli scrittori che ama e ha amato di più?
Sono un amante della letteratura che viene definita, con un termine ingeneroso: “minore”, degli autori minori italiani, che in realtà sono dei giganti. Quelli che amo di più sono Giovannino Guareschi, Dino Buzzati, Piero Chiara, Mario Soldati. Autori che sono stati travolti anche un po’ dalla storia. Penso a Piero Chiara che, nonostante una produzione sconfinata e buona parte dei suoi libri siano diventati film, a un certo punto è scomparso, travolto da altri nomi più accreditati. La loro letteratura mi guida come un faro.