A Venezia la vita senza occhi

8 Settembre 2017

Il film di Soldini “Il colore nascosto delle cose” con la Golino

VENEZIA. «Non vedere, vedendoci. Sviluppare la capacità di capire il tuo mondo da un punto di vista completamente diverso dal tuo, diventare a poco a poco Emma, che a 16 anni ha perso la vista, e scoprire Il Colore nascosto delle cose» dice all'Ansa Valeria Golino, protagonista del film di Silvio Soldini, ieri fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia e da oggi in sala in 200 copie da Videa.
Un film sentimentale che racconta di Teo (Adriano Giannini), «un cialtrone che passa da un letto all'altro, inventando scuse per non restare fino alla mattina, in fuga dalle responsabilità e da se stesso» fino a quando non incontra Emma, un'osteopata che gira per la città col suo bastone bianco, decisa, autonoma. «Emma è fragile ma non debole» dice la Golino di quella donna che sembra non rassegnarsi al suo handicap nella sua determinazione a voler fare qualunque cosa, dal giardinaggio ad andare al cinema. Teo scommette con un collega che si porterà la cieca a letto ma conoscendola la scopre diversa da tutte le donne incontrate prima, attirato da lei e dal suo modo di stare al mondo.
Il film, racconta Soldini, nasce dall'esperienza «fatta per un documentario, Per altri occhi, girato qualche anno fa con persone non vedenti. Il contatto con queste persone mi ha fatto ripensare agli stereotipi che abbiamo sulle persone disabili, la conoscenza è il primo modo per abbatterli, così è venuta fuori l'idea di farne un film di finzione».
Il colore nascosto delle cose passa fuori concorso, ma anche in gara non avrebbe sfigurato: «Mi sta benissimo così. Già c'è lo stress per l'uscita in sala, quello del concorso meglio evitarlo», risponde Soldini. Prima di girare il film Valeria Golino ha fatto un lungo lavoro di preparazione a Roma e a Milano, con un gruppo di persone non vedenti: «Mi sono preparata a capire da cieca geograficamente dove mi trovavo e poi ho invaso la vita di amici non vedenti per capire come rispondono al telefono, come fanno la spesa, come usano il cellulare. Poi però le cose girando si sono complicate, perché per noi che siamo abituati ad usare gli occhi per esprimere i sentimenti era difficile dare emozione, comunicare senza guardare».
Alla fine il film resta la storia di un incontro, di un avvicinamento sensoriale, che rimette in discussione i protagonisti e ci dice di guardare oltre le apparenze.
Un personaggio come Emma a Valeria Golino resta dentro: «Ho una certa ammirazione per il suo modo di essere una persona equilibrata, senza fronzoli, senza seduttività, ma non perché cieca, sarebbe stata così comunque, fragile ma non debole. Ecco, aspirerei ad essere una persona così».
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