«Aborto, malattia e il destino di due amiche»

La scrittrice a Pescara con il romanzo “Bianca” le storie di due donne e delle loro gravidanze
Costanza e Silvia sono due amiche che restano incinte nello stesso periodo. Costanza scopre durante la gravidanza che la sua bambina, alla quale ha destinato già il nome di Bianca, è affetta da una malattia gravissima e molto rara, e decide di abortire. Silvia invece porta avanti la gravidanza ma alla fine scopre che alla sua bambina, Anita, il destino ha riservato lo stesso male di Bianca. Quella di Costanza e Silvia, di Bianca e Anita è una storia vera diventata un romanzo che si intitola “Bianca” (DeA Planet, 256 pagine, 16 euro) che è , insieme, il diario di un’amicizia e una sapiente meditazione sul destino. L’autrice, Francesca Pieri, 49 anni, romana, responsabile dell’ufficio stampa della casa editrice Donzelli, lo presenterà, oggi alle 18 a Pescara, nella libreria Mondadori in via Milano (si legga il box qui accanto». La Costanza del libro è lei, Silvia una donna abruzzese. Di Costanza e Silvia e della loro storia quasi speculare Francesca Pieri parla in questa intervista al Centro.
Come è nata l’idea di questo libro?
È nata dal bisogno di non rassegnarmi al fatto che una vicenda del genere dovesse sparire dal mio vissuto privato; e dal bisogno che mi fosse riconosciuto quel lutto. È nata dalla percezione che tutto accadesse in un vuoto di ascolto molto forte sia all’interno dell’ospedale che all’esterno. Se c’è un input con cui ho fatto i conti subito è stata la spina della rimozione e della sostituzione immediata.
In che senso sostituzione immediata?
Parlo dell’invito banale e diffuso a voltare pagina, a dimenticare ed eventualmente a pensare a un altro figlio, mentre io ho sentito una ferita nella carne così profonda che non sono riuscita a ignorarla, anche per quella parte di me che si è dissolta nell’esperienza dell’aborto.
Il libro è tutto e solo autobiografico oppure c’è in esso anche una parte di elaborazione narrativa, letteraria?
Il nucleo della storia è tutto vero. Io ho avuto la percezione, condivisa con la mia amica, che ci fosse capitato un fatto eccezionale con cui dovevo fare i conti. L’invenzione narrativa c’è nella creazione dei personaggi delle due donne, in cui ho messo molto di me stessa e della percezione che avevo della mia amica. Ma ho ridisegnato entrambe con nomi e contesti familiari diversi perché, a un certo punto, mi sono resa conto che la vicenda autobiografica era molto schiacciante per me. Quindi, ho avuto bisogno di mettere una distanza rispetto ai personaggi e alla storia, una distanza che ho costruito anche dal punto di vista narrativo. Ma più raccontavo la storia e più sentivo il bisogno di affermare che quella vicenda era stata realmente vissuta.
La coincidenza nelle storie delle due donne ha influito sulla sua idea del destino?
Moltissimo perché mi ha messo di fronte all’idea dell’ingovernabilità del destino stesso e anche alla consapevolezza che la maternità non è una predestinazione. Anche questo è un aspetto molto forte con cui sia io che la mia amica abbiamo dovuto fare i conti: entrambe ci siamo ritrovate protagoniste di un compimento intenso e indesiderato della nostra maternità.
In che modo il libro con il racconto di questa storia ha influito sulla vostra amicizia?
Molto positivamente perché ci ha tenute unite. Riconosco a lei una grande generosità nell’aver accettato di farsi raccontare. Questo non era scontato ed è stato un elemento che mi ha permesso non solo di raccontare la mia storia, che è mia e sua, ma mi anche di farlo nel rispetto della verità di entrambe.
Ha avuto modelli letterari nella scrittura di questo romanzo?
Tutti i libri sul tema della maternità che ho letto mi sono sembrati un più alto tentativo di scrittura. Alcune scritture le ho avute molto presenti. Innanzitutto, quella di Valeria Parrella che ha raccontato la maternità e le sue contraddizioni con un piglio letterario altissimo e originale. Un’altra scrittura che ho sentito molto intima è quella di Donatella Di Pietrantonio, sia in “Mia madre è un fiume” che nell’ “Arminuta”. Lei racconta di una periferia umana che sento molto prossima a me. Infine, una scrittrice che amo moltissimo: Annie Ernaux .
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