Addio a Chuck l’uomo che inventò il rock and roll

«Se volete chiamare il rock in un altro modo chiamatelo Chuck Berry», disse di lui John Lennon. Non c’è epitaffio migliore di quello pronunciato, negli anni Settanta, dall’ex Beatle, per Chuck Berry,...
«Se volete chiamare il rock in un altro modo chiamatelo Chuck Berry», disse di lui John Lennon. Non c’è epitaffio migliore di quello pronunciato, negli anni Settanta, dall’ex Beatle, per Chuck Berry, il cantante e chitarrista, padre del rock and roll, morto, sabato scorso, all’età di 90 anni, a Saint Louis negli Stati Uniti.
A differenza di parte dei musicisti neri della sua generazione, - Chuck Berry non aveva origini povere. Muddy Waters, il gigante del Blues che lo presentò a Leonard Chess, il titolare della leggendaria Chess Records di Chicago, che gli fece incidere il primo disco, «Maybelline», era nato in una piantagione di cotone. Lui, che era della middle class, a 18 anni si era beccato una condanna per rapina. Poi, al culmine del successo, nel 1959, fu arrestato per aver sedotto una ragazzina di 14 anni. Cinque anni di condanna, ridotti poi a tre. Quando uscì di prigione il treno era passato. L'America degli anni '50 era ancora segregata, c'erano le classifiche per la musica nera e non impazziva certo per quel nero sfrontato che di fatto ha portato la chitarra elettrica al centro della scena e che è stato il primo a scrivere dei testi che raccontavano in modo diretto e pieno di ironia l'universo giovanile, che proprio negli anni di «Roll Over Beethoven», «School Day», «Johnny B. Goode», «Come On» , «Sweet Little Sixteen» scopriva di essere una categoria sociologica fino ad allora sconosciuta. Quei versi avevano ritmo, erano facili da capire, ma tutt'altro che banali ed erano frutto di una sofisticata scelta legata anche al suono delle parole che si inserivano in un quadro musicale, che combinava il blues, il country, la lezione di T Bone Walker, e in cui la chitarra suonava introduzioni, scandiva riff, suonava brevi frasi solistiche (licks) tra un verso e l'altro, esaltava le risorse, allora assolutamente rivoluzionarie, della musica amplificata. Il tutto arricchito da una presenza scenica travolgente, entrata nella storia dello show business grazie al «duck walk», il passo dell'anatra. In quegli anni lì, e per molto tempo a venire, i musicisti venivano derubati da contratti truffa e se eri bianco era meglio.
Nel 1963 i Beach Boys conquistarono il mondo grazie a «Surfin Safari» che è identica, nota per nota, a «Sweet Little Sixteen». Chuck Berry dovette aspettare molti anni prima che la causa per plagio gli facesse ottenere un parziale risarcimento. In realtà il periodo d'oro di Chuck Berry dura pochi anni: come la maggior parte della generazione dei padri del rock'n'roll, è rimasto legato alla musica e ai brani che l'hanno reso famoso. A coltivare il suo genio e a portarlo nel futuro sono stati innanzitutto i rocker inglesi degli anni '60, a cominciare dai Beatles e i Rolling Stones e quelli delle generazioni successive, tutti consapevoli che il rock come lo intendiamo oggi non sarebbe esistito senza Chuck Berry. Lo sapeva bene Keith Richards che, nonostante l'episodio dell'occhio nero, nel 1987 organizzò per i 60 anni del suo idolo un mega concerto con ospiti come Eric Clapton, Linda Ronstadt, Etta James, Robert Cray e il leggendario Johnnie Johnson, il pianista degli esordi di Berry. Da quel concerto fu ricavato un film «Heil Heil Rock'n'Roll». Come ringraziamento per il lavoro svolto, Richards fu maltrattato davanti a telecamere, media e ospiti durante la prova generale, «reo» di suonare «troppo» durante le parti vocali del leader. Nel 2007 è stato l'head liner del concerto del Primo Maggio di piazza Ssan Giovanni. In più di mezzo secolo di carriera, Chuck Berry non ha mai voluto una band: non conosceva neanche i musicisti con cui suonava. In Europa sbarcava in Germania o in Olanda scritturava una ritmica e faceva il tour. Sempre attento alla valigetta con i soldi.
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