Addio a Ermanno Rea raccontò il mistero Caffè

14 Settembre 2016

E’ morto a 89 anni lo scrittore napoletano autore del libro “L’ultima lezione” sull’economista pescarese scomparso nel 1987. In ottobre il suo romanzo postumo

di Giuliano Di Tanna

E’ morto a 89 anni Ermanno Rea, autore di romanzi come “La dismissione”, “Napoli ferrovia” e W”L’ultima lezione”, sulla vita di Federico Caffè, l’economista pescarese misteriosamente scomparso il 15 aprile del 1987, all’età di 74 anni, dal quale il regista Fabio Rosi trasse, nel 2001, un film dallo stesso titolo con Roberto Herlitzka nel ruolo di Caffè.

Nato a Napoli nel 1927, Rea era anche giornalista e aveva collaborato con numerosi quotidiani e settimanali. Come scrittore ha vinto il premio Viareggio nel 1996 con il romanzo autobiografico “Mistero napoletano” e il Campiello nel 1999 con “Fuochi fiammanti a un' hora di notte”. E’ stato finalista al Premio Strega nel 2008 con “Napoli ferrovia”. La sua ultima opera “Il caso Piegari” è del 2014. Fra un mese uscirà per Feltrinelli il suo ultimo romanzo, “Nostalgia”, la storia di un destino di amicizia e di morte dentro la scena di un quartiere, il Rione Sanità, condannato dalla sua stessa storia a una sorta di claustrofobia sociale. Un melodramma ispirato da un’ansia di riscatto che fa di Napoli un’icona di amore e di lotta senza sbocco.

«Ermanno Rea di Napoli è stato coscienza critica», ha scritto ieri sul suo profilo facebook, il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. «Ha formato coscienza critica raccontando la città, le sue dinamiche di potere, la grandezza e le contraddizioni del locale partito comunista negli anni e nei decenni del dopoguerra. Ha raccontato Bagnoli mettendo in guardia politica e cittadinanza sullo scollamento sociale determinato da una dismissione non gestita». Per il ministro dei Beni e delle Attività culturali, Dario Franceschini, Rea è stato «l’intellettuale napoletano che ha saputo raccontare, attraverso i suoi romanzi, le grandi inchieste e i grandi casi di interesse nazionale».

In un’intervista al Centro, nel 2007, Rea raccontava così il suo rapporto con Federico Caffè, al centro del libro “L’ultima lezione”. «La scomparsa di un grande intellettuale», diceva lo scrittore napoletano, «è una cosa che inquieta profondamente proprio perché in essa si cerca di leggere un messaggio. E' certamente vero che c'era uno scollamento fra l'intellettuale Caffè e la società del suo tempo. Se n'è andato in un momento in cui l'Italia marciava in una direzione palesemente distante dal suo insegnamento. Quella era l'Italia dell'arricchitevi, della Milano da bere. La sua scomparsa si colloca su uno sfondo di grande intensità drammatica, anche umana. Ma il dato umano di Caffè non si può dissociare dalla sua natura di intellettuale pessimista. Nel mio libro faccio un parallelo fra la scomparsa di Ettore Majorana e quella di Caffè sulla scorta dell'ipotesi fatta da Leonardo Sciascia nel suo libro. Majorana forse si ritira in un convento perché spaventato dai rischi della bomba atomica; Caffè se ne va perché deluso dalla piega presa dagli eventi economici del tempo in cui viene meno l'impegno per la solidarietà e in cui domina la fede nell'arricchimento».

«La sua utopia - il suo riformismo - era quella di un capitalismo dal volto umano, fortemente controllato. La posta in gioco per lui era il riformismo: che cosa è, e che cosa dovrebbe essere. Questo è un ulteriore elemento che si aggiunge alle sue delusioni e amarezze private e pubbliche. Caffè aveva dato all'università tutto se stesso, e la perdita di alcuni allievi amati come Ezio Tarantelli ucciso dalle Brigate Rosse fa parte dell'intreccio romanzesco della sua vita, nel senso migliore del termine».

«Ero e sono ancora affascinato dalla sua personalità e dalla sua ricchezza intellettuale e umana. Ho scritto quel libro perché nella sua scomparsa ho letto immediatamente la forza di un messaggio. Cercare di inseguire l'aspetto giallistico nella sua storia significa deturparne la figura, sminuirla, ridurla alla dimensione di un thriller televisivo, dimenticandone gli aspetti esistenziali che sono anche quelli più affascinanti. A me, che non sono un economista, l'incontro con Caffè è servito a capirne un po' di più di questa materia, a guardarla come una cosa viva e non distaccata dai problemi reali delle persone. A osservare l'economia», concludeva Ermanno Rea, «con il suo sguardo di grande umanista».

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