Addio a Pasquale Squitieri, il regista ribelle

19 Febbraio 2017

E’ morto a 79 anni l’autore di film controcorrente che fu anche parlamentare di Alleanza nazionale

ROMA. Polemico e rabbioso fino all'ultimo, utopista e anticonformista per natura e per scelta, appassionato e vitale sotto la scorza del suo apparente cinismo. Questo era Pasquale Squitieri, nato a Napoli il 27 novembre del 1938 e scomparso ieri in una clinica romana, per complicazioni polmonari, assistito dalla moglie, l'attrice Ottavia Fusco, sposata dopo anni di convivenza nel 2013.

L'aggettivo che meglio lo definisce come artista è «fisico»: il suo cinema sprigionava un vitalismo e una immediatezza espressiva che riproduceva bene la sua indole. Spesso coinvolto in battaglie d'opinione e in faziosità ideologiche, per anni venne rappresentato come «il regista con la pistola» (che si voleva portasse alla fondina come un trofeo machista), mentre il carattere celava sensibilità e timidezze mascherate dietro gli onnipresenti occhiali da sole a specchio. Straordinario motivatore e personalità carismatica, deve certamente la sua fortuna al cinema a un linguaggio diretto e senza fronzoli che caratterizzava i suoi film, ma anche al lunghissimo sodalizio con Claudia Cardinale, prima compagna e attrice-feticcio, poi amica e confidente inseparabile che non lo ha mai lasciato solo, anche dopo la separazione.

Laureato in legge, assunto al Banco di Napoli, fu Vittorio De Sica a scommettere su di lui nel 1969, producendo il suo lungometraggio d'esordio, «Io e Dio», permeato di un ribellismo istintivo contro la prepotenza del potere. È il frutto dell'ondata anti-sistema del '68 che trova in Squitieri un appassionato sostenitore. Da regista sceglie invece la strada della metafora politica ammantata da cinema di genere e, con lo pseudonimo di William Redford, si lancia nello spaghetti western con due titoli di successo: «Django sfida Sartana» e il più personale «La vendetta è un piatto che si serve freddo» del 1971. Si mostrò capace di conquistare il pubblico coi suoi film migliori: «I guappi!» (1974), con Fabio Testi, e «Il prefetto di ferro» (1977) con Giuliano Gemma). L'insuccesso, nel 1999, del film «Li chiamarono briganti» (ritirato dalle sale in circostanze mai chiarite e accusato di revisionismo storico), chiuse a Squitieri molte porte del cinema, tanto da indurlo ad abbracciare la carriera politica nelle file di Alleanza nazionale. Il suo film-testamento è «L'altro Adamo» del 2014 con Lino Capolicchio e Ottavia Fusco, parabola visionaria sul futuro prossimo.

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