Addio a Vassalli, scrittore per caso

Il romanziere premio Strega è morto all’età di 74 anni. A Pescara l’incontro con gli studenti nel 2008
di Vito de Luca
Raccontava che in città andava solo per tagliarsi i capelli, ma non era un solitario, tanto che gli piaceva organizzare serate con gli amici, intorno a un buon bicchiere di vino (immancabile), nella sua abitazione di località Marangana, a Biandrate, a circa dieci chilometri da Novara, dove da tempo si era ritirato, pur essendo nato a Genova, nel 1941. E poco distante da lì, ieri, a Casale Monferrato, in provincia di Alessandria, Sebastiano Vassalli (con l’ultimo dei suoi romanzi uscito proprio qualche giorno fa, «Il confine»), candidato quest’anno al Premio Nobel per la letteratura, s’è spento, in seguito ad una malattia.
Uno scrittore all’inizio quasi per caso, Vassalli, che all’età di vent’anni, poco dopo essersi laureato all’università Statale di Milano con Cesare Musatti, allievo di Freud, come obiettivo aveva quello di diventare pittore. Un’arte che Vassalli non ha mai abbandonata, anche se confidava di essersi cominciato a definire scrittore solo negli anni ’80, perché, come nell’elaborazione di uno dei suoi romanzi più noti, «Marco e Mattio», Vassalli dapprima fotografava e poi scriveva (intervallando le giornate, come gli era stato d’esempio Giulio Einaudi, l’editore della maggior parte del sue opere, con la cura delle rose del suo giardino di casa).
Infatti, «Marco e Mattio», uno dei romanzi a cui Vassalli era più legato (sullo sfondo, come egli raccontava, c’era anche un vicenda personale), nel quale si ripercorre la storia di uno dei primi casi della psichiatria moderna, Mattio Lovat, vissuto nel Settecento, nasce da un opuscolo di un antiquario, da dove Vassalli poi partì con un reportage fotografico che precedette la scrittura. Tra l’altro è proprio la «follia» - oltre alla passione per il cosiddetto romanzo storico (vedi «Cuore di Pietra» o «La Chimera», con il quale vinse, nel 1990, il Premio Strega) e la descrizione del «carattere degli italiani» (per esempio ne «L’oro del mondo») uno dei temi più cari a Vassalli, come accade nella «Notte della Cometa», in cui si narrano le vicissitudini del poeta Dino Campana. Temi che però sorsero, in Vassalli, dopo quella prima fase, ovvero quella della sperimentazione letteraria (aderì al Gruppo ’63), che non solo lo scrittore abbandonò, ma verso il quale, negli anni successivi, nutrì, come spesso sottolineava, un vero e proprio «fastidio» (alcuni titoli di quel tempo sono «Disfaso», una raccolta di poesie, «Ombre e Destini», «Narcisso» e «Tempo di màssacro»). Di questo e altro, Vassalli parlò anche a Pescara, nel 2008, quando venne invitato dall’allora istituto magistrale Marconi e dal liceo scientifico da Vinci, per discutere di alcuni suoi libri, come «Archeologia del presente» e «Stella avvelenata». Un paio di giorni che lo scrittore passò in città, a rispondere alle domande delle centinaia di studenti che parteciparono agli incontri, i quali si conclusero con un incontro-dibattito nella sede della Fondazione Pescarabruzzo, durante il quale Vassalli ripercorse alcuni tratti essenziali della sua opera. Un mondo, quello della scuola verso il quale Vassalli mostrava rispetto. «La scuola sembra essere un calabrone», disse allora, «fatto di un corpo tozzo e di piccole ali che mal si addicono al volo. Ma vola. E allo stesso modo anche la scuola funziona».
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