Addio ad Aprà, una vita per il cinema

16 Aprile 2024

Romano, 83 anni, il critico si appassionò alla settima arte negli anni Sessanta

Era romano fin dalla nascita ma si muoveva, elegante e silenzioso, come un lord inglese: Adriano Aprà che se ne è andato ieri a 83 anni (era nato il 18 novembre del 1940) faceva parte di quella eletta schiera di critici cinematografici – oggi una razza in via di sparizione – che fin dal primo scritto ambivano a essere più «storici» che «critici».
Per tutta la sua vita infatti Aprà ha provato a rintracciare nei film che vedeva, recensiva, sceglieva, sosteneva, le tracce di un’idea della Settima arte come mezzo per scandagliare la realtà con l’occhio proiettato nel futuro. La sua storia è quella del cinema italiano ribelle che all’inizio degli anni ’60 comincia a fare i conti con l’eredità del neorealismo per proiettarne le idee su una scena profondamente rinnovata. Laureato in legge si appassiona al cinema all’inizio degli anni '60, scoprendo insieme Hitchcock e Rossellini, la generazione dei Cahiers du cinéma e i nuovi autori italiani che seguirà sempre con rigorosa amicizia e passione critica, da Bernardo Bertolucci a Marco Bellocchio. La fioritura delle riviste di cinema in Italia lo appassiona da subito e per questo milita prima in Filmcritica con Edoardo Bruno e poi fondando e dirigendo nel 1966 il trimestrale Cinema & Fim. Lavora alla Garzanti per la collezione Laboratorio diretta da Pasolini, scrive sui giornali (Avanti e Reset), frequenta i talenti più sperimentali dell’immagine come Jean-Marie Straub, Marco Ferreri e poi Bernardo Bertolucci per cui si farà anche attore autoironico e sofisticato. È quasi naturale che il suo percorso di ricerca si incroci prima con quello di Lino Micciché (fondatore della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro) e poi con una più giovane schiera di critici-organizzatori culturali. Si mette alla prova in prima persona nel 1977 dirigendo un festival che farà tendenza (il Salso Film & Tv Festival) nella stagione dei «mille fiori» della ricerca su nuovo cinema mondiale. Un po’ compagno di strada e un po’ rispettato «fratello maggiore», tiene a battesimo il gruppo dei «giovani turchi» con cui Carlo Lizzani rilancia nel 1979 la Mostra del Cinema di Venezia. Insieme a lui Enzo Ungari, Patrizia Pistagnesi, Enrico Magrelli, Giovanni Spagnoletti. Tra i suoi contributi di quella stagione la grande retrospettiva dedicata a Howard Hawks e il visionario convegno sul cinema degli anni '80. Si prova anche come regista (Olimpia agli amici, 1970), non smette mai la sua attività di osservatore ironico e distaccato delle trasformazioni del cinema, dal punto di vista del linguaggio e della tecnica. Nel 1990 succede a Micciché alla guida della Mostra di Pesaro ed è proprio grazie a questo sodalizio che viene chiamato a dirigere la Cineteca Nazionale nel 1998. Quattro anni dopo sarà anche professore di cinema all'università di Tor Vergata a Roma. I suoi scritti fanno ancora oggi tendenza tra i teorici del nuovo cinema. La sua riflessione sulle forme del cinema rimane una felice eccezione nel panorama della critica cinematografica.