Addio al maestro Gianluigi Colalucci

30 Marzo 2021

Fu suo il controverso “restauro del secolo” della Cappella Sistina

ROMA. «Gran parte dei colleghi e degli storici dell'arte non ha capito quel restauro». Seduto nel salotto di casa, ormai anziano, Gianluigi Colalucci, morto la notte scorsa a 92 anni, raccontava in un bel documentario di Eleonora Pepe del grande lavoro di una vita, quel restauro della Cappella Sistina al quale il suo nome rimarrà per sempre legato. Dopo tanti anni non nascondeva il cruccio per le critiche, violentissime, che lo avevano accompagnato. Tanti colleghi, ripeteva, non hanno capito «perché la Sistina è così. Ora è pulita fino al punto da recuperare la pittura di Michelangelo». Sicurezza, passione, dedizione, ma anche il senso di una responsabilità spaventosa, la paura di sbagliare, di rovinare per sempre un capolavoro senza eguali. Questo raccontava Colalucci di quello che era stato definito «il restauro del secolo», un lavoro andato avanti per oltre 15 anni, dal 1980 al 1994, sempre sotto l'occhio delle telecamere di una tv giapponese, la Nippon Television Network Corporation, che aveva finanziato il cantiere con 4,2 milioni di dollari. E sì che per lui, nato a Roma nel 1929 da una famiglia di avvocati, nessuna tradizione artistica familiare, l'approdo agli studi di restauro, raccontava, era arrivato proprio da una folgorazione avuta da bimbo ai Musei Vaticani, dove una zia lo aveva portato in visita e dove era rimasto incantato. «Quello che avevo capito allora era che la cosa che mi piaceva di più era essere a contatto con l'opera d'arte», diceva. Quindi sì, quell'incarico di grandissima responsabilità arrivato dopo una carriera fitta di lavori importanti (da Raffaello a Giotto, da Leonardo a Guido Reni) lo aveva coinvolto e quasi travolto. Ricordando l'emozione della prima volta: «Vidi che si squagliava qualcosa di marroncino e veniva fuori un bellissimo ocra, fu un'emozione incredibile». Un racconto lucido, zeppo di ricordi : «Il giudizio universale ruota intorno alla figura del Cristo Giudice col braccio alzato e questo ha solo tre pennellate nell'occhio, cosa sarebbe successo se le avessi cancellate? Avrei distrutto un capolavoro patrimonio dell'umanità, come avrei potuto continuare a vivere?». Quasi un'ossessione, con quei volti di Michelangelo. «La sua pittura è così», diceva, «è l'essenza stessa dell'uomo». A quasi trent'anni di distanza da quel lavoro epocale, tanti storici dell'arte oggi gli rendono onore, sottolineano la grandezza della sua opera e la gentile fermezza, il valore antico dell'uomo. Lui, che dopo l'incredibile esposizione mediatica della Sistina ha ricevuto premi e lauree honoris causa, ha insegnato in Europa e negli Stati Uniti, in Australia e in Giappone, negli ultimi mesi della sua lunga vita parlando di Michelangelo e di quegli anni a tu per tu con il Giudizio Universale si emozionava ancora: «Sono stato impastato con Michelangelo, la sua pittura è parte di me».