Addio al Nobel Derek Walcott “l’Omero dei Caraibi”

Il Nobel Derek Walcott, “l'Omero dei Caraibi”, è morto ieri all’età di 87 anni dopo una lunga malattia nella sua casasull’isola delle Piccole Antille. Walcott amava l'oralità e musicalità dei versi....
Il Nobel Derek Walcott, “l'Omero dei Caraibi”, è morto ieri all’età di 87 anni dopo una lunga malattia nella sua casasull’isola delle Piccole Antille. Walcott amava l'oralità e musicalità dei versi. Con la vittoria del Premio Nobel nel 1992 vide riconosciuti l’opera di «un grande poeta della lingua inglese nero» come scrisse il suo maggior estimatore Iosif Brodskij al quale ha dedicato le “Egloghe italiane”. Nato nell’isola di Saint Lucia il 23 gennaio 1930, Walcott, figlio di un’insegnante e di un pittore che lo ha lasciato quando era piccolo, ha pubblicato nel 1948 il suo primo testo “25 poems” in cui è compresa “Prelude” , manifesto della sua futura poetica. A Pescara nel 2001 gli fu conferito il Premio Flaiano e lui racconta la città adriatica nei versi della poesia “The prodigal”.
Il poeta si sentiva molto legato all’Italia dove le sue opere principali sono state pubblicate da Adelphi, l’ultima è “Egrette bianche”, nel 2015. Tra le principali “Omeros” (1990), storia caraibica in 8.000 versi, “Mappa del nuovo mondo (Collected Poemes)”, “Prima luce, Isole. Poesie scelte (1948-2004)”, “Il levriero di Tiepolo”, poema sull’arte e sulla memoria sullo sfondo della vita di due artisti caraibici, Camille Pissarro e lo stesso Walcott, e “La voce del crepuscolo”. Ed è proprio la sua isola, dove si trova il popolo dei «perduti/trovati solo/in opuscoli turistici, dietro ardenti binocoli/trovati nel riflesso blu di occhi/che hanno conosciuto metropoli e ci credono felici qui», il punto di partenza verso la conoscenza del mondo. Il poeta, anche giornalista e pittore, che amava la lettura a voce alta dei suoi versi, ha esordito scrivendo in inglese e non in creolo per essere ascoltato meglio, per gridare più lontano la sua rabbia di uomo di frontiera che tesse la trama di una rivoluzione pacifica alla ricerca dell’origine delle cose. E dopo il Nobel ha spiegato: «Penso in inglese. Se scrivessi in creolo sarei una specie di traduttore di me stesso. Forzando un poco le cose è la stessa ragione per cui Dante scrisse in volgare». La natura è al centro d’ogni suo discorso. È così anche nella raccolta del 1997 “The Bounty”, uscita in Italia con il titolo «Il dono» nella traduzione di Andrea Molesini con poemetto d'apertura dedicato alla madre. Vincitore nel 2006 del Premio internazionale Grinzane Cavour, perché «nella poesia, più libera e anarchica della prosa, si cela l'anima più antica e vera dell'individuo», il «nero rosso» Walcott, come amava definirsi, ci lascia in eredità l'immagine della poesia come di «una preghiera davanti a forze più grandi di quelle della mente che la concepisce».