Addio Albertazzi l’ultimo imperatore del teatro italiano

L’attore è morto all’età di 92 anni: una carriera tra televisione palcoscenico e cinema. Premio Flaiano alla carriera nel 1993
È dal 1989, quando aveva 66 anni, che Giorgio Albertazzi, scomparso ieri all'età di 92 anni, recitava in continue riprese Memorie di Adriano, lo spettacolo tratto dal romanzo della Yourcenar con regia di Maurizio Scaparro, che è diventato il suo lavoro simbolo nel crescere di una coincidenza esistenziale con questo imperatore alla fine dei suoi giorni. «Facendolo parlo anche di me», confessò quando compì 90 anni. «Del resto sento molto la fine della bellezza che si consuma che percorre questo testo, che coglie il momento in cui l'armonia tra corpo e anima si rompe ed entrano in conflitto».
Una nota più nostalgica che malinconica andata a unirsi al suo vitalismo mai esausto, al suo spiritaccio fiorentino, al suo essere attore sino in fondo tanto da salire in palcoscenico finché ha potuto, anche quando stava male, perché solo lì si sentiva sempre vivo. Così era attore anche nella sua vita, seduttore di qualsiasi tipo di pubblico, in scena e fuori, e non perdeva mai l'occasione per ricordare il proprio lavoro, certe interpretazioni diventate storiche: «Recitavo, eccome recitavo!» esclamava a proposito del suo Amleto all'Old Vic di Londra nel 1964, culmine di una fortunata tournée europea. Il suo rapporto con l’Abruzzo fu continuo e affettuoso, alimentato negli anni dall’amicizia con teatranti come Federico Fiorenza, all’Aquila, e musicisti come Davide Cavuti, a Francavilla. «Ricorderò sempre le sue parole “Ci vogliono molti anni per diventare bambino”», dice Cavuti, «oppure “Io sono un contemporaneo di Shakespeare”, e farò tesoro del talento, della saggezza e dell'umiltà di un uomo e un artista di rara immensità».
A Pescara ricevette il Premio Flaiano alla carriera nel 1993. Vi tornò più volte. L’ultima nell’ottobre del 2014 con il suo Mercante di Venezia, spettacolo che portò in scena l’anno successivo all’Aquila. Indimenticabile la sua ultima apparizione allo Spoltore Ensemble, il 16 agosto di due anni fa, con Miti ed Eroi, uno spettacolo-bilancio delle sue passioni di teatrante e uomo di cultura.
Da giovane ci mise qualche anno a imparare dai grandi di allora, da Ruggeri a Benassi, e ricordava di aver speso il resto della vita a liberarsene, per arrivare a aprire «una crepa dall'interno del teatro tradizionale», come scrisse qualcuno a proposito del suo Enrico IV del 1983 con la regia di Antonio Calenda, in cui faceva del protagonista finto pazzo una metafora della stessa finzione dell'attore.
Ma la grande popolarità, Albertazzi la guadagnò come divo della televisione degli albori, interprete di sceneggiati come L'idiota, nel 1959, e di una storica trasposizione moderna del Dottor Jekyll nel 1968 di cui firmò anche l'innovativa regia. Uomo di teatro per antonomasia, l’attore fiorentino frequentò poco ma bene anche il cinema, quello d’autore dell’Alain Resnais dell’Anno scorso a Marienbad nel 1961. Nato a Fiesole il 20 agosto 1923, figlio di operai, raccontava di aver recitato sin da bambino a Villa Tatti di Bernard Berenson, dove il nonno era «maestro muratore», poi a scuola per amore di una professoressa, quindi aderendo a una filodrammatica e così via. La sua carriera iniziò veramente solo nel dopoguerra, superato il triste episodio che lo vide aderire alla Repubblica di Salò nel 1943, scelta, mai rinnegata, che nel '45 gli costò l'arresto e una condanna per collaborazionismo, due anni in prigione. Quindi, studente di architettura, dopo una piccola parte nello storico Troilo e Cressidra di Luchino Visconti, a Boboli, dal 1950. il salto vero avviene però quando nel 1956, a cominciare da Il seduttore di Diego Fabbri, comincia a far coppia con Anna Proclemer, anche sua compagna di vita, riuscendo per quasi un ventennio ad essere tra i protagonisti della vita teatrale, proponendo classici moderni (da D'Annunzio a Pirandello), sia che andasse alla scoperta di autori contemporanei (da Sartre, Camus, a Fabbri, Brusati o Moravia), sia che facesse notizia affrontando testi come La governante di Brancati e regia di Patroni Griffi, nel 1965 bloccato dalla censura per riferimenti all'omosessualità femminile. A chi gli chiedeva se fosse credente, replicava: «Detesto pensare che qualcuno da su ci consoli o ci punisca. Le mie consolazioni sono i miei ricordi». (g.d.t.)
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