Addio Anitona, dea che incantò Fellini

Da Miss Svezia a Hollywood a La dolce vita che ne fece una icona
Ci sono attori per i quali il ruolo che li rese indimenticabili diviene un tesoro lungo una vita; per altri è una maledizione perenne contro la quale combattere sempre senza successo. La storia di Anita Ekberg, scomparsa ieri a Rocca di Papa dopo una lunga e dolorosa malattia, per sempre legata allo sfondo della Fontana di Trevi e al grido «Marcello, come here» nel cuore de La dolce vita (1960) è sempre rimasta in difficile equilibrio tra questi due opposti. Diversamente da Maria Schneider alle prese con il fantasma di Ultimo tango a Parigi, Anitona (come la chiamava Fellini) non si ribellò mai allo stereotipo, ma come tanti altri (Sean Connery in primis) provò in mille modi a costruirsi un personaggio diverso, fino all'ultima apparizione nel 2002 con la miniserie di Canale 5 Il bello delle donne2.
Kerstin Anita Marianne Ekberg era nata a Malmo, in Svezia, il 29 settembre 1931 ed è morta ieri in povertà, nella clinica di Rocca di Papa che la ospitava da tempo. Circondata da ben sette tra fratelli e sorelle, ebbe un'adolescenza libera e burrascosa: a 19 anni è già una donna emancipata e grazie alla sua prorompente bellezza ad appena 19 anni, nel 1950, vince il titolo di Miss Svezia. Il viaggio a Hollywood, sulle tracce di altre conterranee famose da Greta Garbo a Ingrid Bergman sembra un segno predestinato: ben presto si fa notare dal produttore e pigmalione Howard Hughes che la mette sotto contratto, le propone il matrimonio (rifiutato), ma non la fa debuttare fino al 1953, quando la ragazza strappa tre piccole parti senza importanza nonostante a dirigerla siano Rudolph Matè e Douglas Sirk. Per tutti è però solo l'improbabile guardiana venusiana dello stravagante Viaggio al pianeta Venere con Gianni e Pinotto diretto da Charles Lamont. Due anni dopo non sfrutta la grande occasione con Artisti e modelle di Frank Tashlin in cui recita insieme a Jerry Lewis e Dean Martin, ma su quel set conosce Frank Sinatra che la corteggerà fino a chiederla in sposa.
Hollywood impara a conoscerla come The Iceberg (con un gioco di parole sul suo nome) e i produttori cercano di collocarla tra il clichè della bellezza impossibile (capelli biondi, seno prorompente, lunghe gambe, gelida distanza degli occhi di ghiaccio) e quello della donna perfetta che chiederesti (invano) in moglie. Alla fine, nel 1956, King Vidor le propone il ruolo della perfida seduttrice Helena Kuragin in Guerra e Pace e quella coproduzione con l'Italia la porta al sole di Roma dove ci penserà Federico Fellini a «sciogliere il ghiacciaio»: nella parte della smarrita attrice straniera che si aggira tra i monumenti della città eterna in La dolce vita, Anita Ekberg trova se stessa. Il film rigurgita di presenze femminili importanti che accompagnano il pellegrinaggio agli inferi di Marcello Mastroianni, ma è proprio Anitona a fare del film un'icona che riflette Roma. La carriera cinematografica di Anita Ekberg conta più di 60 titoli ed è ben strano che nessun altro sia in grado di competere con quei pochi minuti immortali de La dolce vita: Fellini la volle con sè ne Le tentazioni del dottor Antonio (1962) con un'altra apparizione tanto incisiva da finire perfino in un film del ciclo di 007 (Dalla Russia con amore) e poi – nel ruolo di se stessa – in I clowns e Intervista; altri la chiamarono sia a Hollywood che a Cinecittà sfruttandone la popolarità mondiale: ma l'alchimia unica del 1960 non si ripetè mai più.

