Addio Ottaviano, prof dei miei anni di liceo

Lo scrittore Giovanni D’Alessandro ricorda Giannangeli il poeta abruzzese scomparso a 94 anni
Ho conosciuto Ottaviano Giannangeli a metà degli anni ’70, al quarto anno del liceo classico D’Annunzio di Pescara (quarto che al tempo si chiamava “seconda Liceo”), quando divenne mio professore di Italiano e Latino alla “F”, sezione difficilissima cui ero stato destinato, insieme con altri tre sventurati, a seguito della soppressione della “G” dove avevo fatto il ginnasio e il primo liceo. Prima ne avevo sentito parlare (molto, bene e da tanto) da parte dei miei genitori, entrambi di origine peligna, ma mio padre non ebbe mai modo di accompagnarmi quale allievo dal poeta che amava; era morto giovane, improvvisamente, quand’avevo quindici anni. Non so se Ottaviano ne fosse a conoscenza. Penso di sì: perché mi diede un benvenuto speciale alla “F”, regalandomi un’antologia di letteratura del professor Circeo e non aveva alcun motivo per farlo. Forse mi aveva guardato in faccia. Quando scorro le foto di quel periodo vedo, dietro il sorriso, un ragazzo dall’espressione seria e abbastanza preoccupata. Credo di aver visto in Ottaviano una figura paterna, essendo lui solo di pochi anni più giovane di mio padre ed essendo io, come ogni ragazzo di 16 anni, abbastanza portato ad effettuare inconsci transfert parentali su un professore, quasi compaesano e coetaneo di mio padre, amante come lui dell’abruzzesità e senza figli.
Giannangeli era affascinantissimo nelle lezioni, che non venivano solo da un docente ma da un artista. I suoi pezzi forti erano le letture recitate, per trasferire a noi il “mood” di com’era stato pensato e composto il brano. Ricordo in particolare la lettura del Gelsomino Notturno di Pascoli, con un’appassionata sottolineatura della rima finale nei versi conclusivi “È l’alba: si chiudono i petali/un poco gualciti; si cova,/ dentro l’urna molle e segreta,/non so che felicità nuova”, pudicamente invitandoci a cogliere l’allusione fisica all’urna ivi citata (e all’epoca per noi incognita, sicché ci domandavamo dove cavolo la vedesse).
Fu nostro commissario interno agli esami di maturità. C’era il famoso italianista Giacalone in commissione e mi tirò una zampata, che non capii, sotto il banco perché nominai a Giacalone un altro critico e la menzione della concorrenza andava evitata, allora come ora. Ripetei l’errore e la seconda zampata mi tolse ogni dubbio.
Caro Ottaviano, caro prof, grande anima peligna, come ho amato le tue poesie! Un quarto di secolo dopo quegli esami, ospite a casa tua, ne ripetei a te e a tua moglie un paio, anche lunghe, tratte da un “Gettone di esistenza”; e tu dicesti “Embe’ mo’ mo’ mi vuoi fare commuovere recitandole a memoria”. Una finiva “perché consente a noi/ di riassonnarci in pace”. Buon sonno, prof. Tu ti sei “riassonnato in pace”. La tua poesia, secondo il verso di Ennio che c’insegnasti, volitat viva per ora virum, continua viva a volare di bocca in bocca tra gli uomini.
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