Addio Scott Walker, il Salinger del pop

È morto a 76 anni il cantante di culto che negli anni ’60 sfidò la fama dei Beatles
LONDRA. Idolo delle ragazzine nella Swinging London dei '60, quando a un certo punto rivaleggia con i Beatles in popolarità, dimenticato e ai margini dello showbiz nei '70 e negli '80, Autore con la A maiuscola dagli anni '90 fino al nuovo millennio, con lavori d'avanguardia lontanissimi dal mainstream: sono tante le facce dell'enigmatico Noel Scott Engel, noto come Scott Walker, morto ieri a 76 anni.
Protagonista di una traiettoria artistica unica, Scott nasce a Hamilton in Ohio e si stabilisce in California, dove diventa una sorta di bambino-prodigio cantando e recitando. Impara il basso e fa il session man a Los Angeles, dove conosce il cantante e chitarrista John Maus, che si presenta sul palco come John Walker. Nascono i Walker Brothers, cui poi si aggiungerà il batterista Gary Leeds. Quest'ultimo finanzia il viaggio del gruppo in Inghilterra. Sul lato A del secondo singolo dei Walkers, “Love her”, è Scott a cantare. Da allora in poi, l'intenso baritono di Engel diventerà il marchio di fabbrica del gruppo. Nell'agosto 1965 il terzo 45 giri “Make it easy on yourself” sale al numero 1 nelle classifiche inglesi. È l'inizio di una vera e propria “walkermania” che per diversi mesi porterà il trio a contendere ai Fab Four il primato di gruppo più popolare in Inghilterra. Sono giorni frenetici. E l'idolo è proprio lui, l'esotico (per il gusto inglese) Scott, alto, biondo, elegante. Che in quei mesi convulsi a cavallo tra il 1956 ed il 1966 sviluppa il suo disdegno per le regole del music business e diventa la popstar riluttante. Il gruppo si scioglie ed inizia la carriera solista del cantante, con 4 leggendari album (tutti titolati semplicemente con il suo nome) prodotti tra il 1967 ed il 1969, dove esprime la sua passione per Jacques Brel con ricercati arrangiamenti orchestrali al servizio del suo potente baritono. Il disco del ritorno è “Climate of the hunter” (1986). Col passare dei decenni, al diradarsi delle uscite discografiche di Walker ha corrisposto una crescita del suo “culto”, favorito anche da una strategia dell'assenza quasi alla J.D. Salinger, lo scrittore americano autore del “Giovane Holden”: niente concerti o foto, rare interviste. Solo una voce, che continuerà ad ammaliare.
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