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5 Settembre 2022

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VENEZIA. È il film della vita, «mi sono avvicinato al cinema forse per questo, ma se l'avessi fatto come primo film sarebbe stato pallosissimo, magari didascalico, sarebbe stata la storia di un poveraccio che vive la crisi di genere, invece ho aspettato, ho consapevolezza e cose come queste bisogna riuscire a raccontarle quando si sa parlare». Si confessa così Emanuele Crialese, in concorso ieri con L'Immensità a Venezia 79, terzo dei cinque italiani in gara: si emoziona, parla con trasporto, usa parole importanti come “rinascita”. Ci si può mettere una vita per raccontarsi come si è, «come sono sempre stato, non ho ricordi di me diversi da quelli, non sono scelte, bisogna solo credere in se stessi come si è». Non vuole che si definisca L'Immensità il film del suo coming out, «io sono sempre stato out!, non sono una rockstar, cosa dovrebbe importare alla gente. È piuttosto un film che mi riguarda molto da vicino, racconta in chiave poetica la mia infanzia, non c'è nessuna trasformazione o transizione, sarebbe una disinformazione».
Certo in quella memoria c'è una casa degli anni '70 in uno dei quartieri in costruzione a Roma in quel periodo, «identica alla mia» e poi ci sono le dinamiche familiari, le gioie di ballare le canzoni di Raffaella Carrà, ma soprattutto i dolori. «Mia madre non sapeva dove sbattere la testa», si commuove il regista, «si nascondeva con me proprio come accade nel film, cercava di proteggermi, ma soffrivo del dolore che le davo. Fin quando poi non sono riuscito a cambiare la a con la e nel nome di nascita e lasciare un pezzo del mio corpo. Io sono e non sono: voglio rimanere così e spero di non scioccare proprio nessuno». «Per fortuna», prosegue Crialese, «i tempi sono cambiati, i bambini sanno usare nuove parole, gender fluid ad esempio. Ci dicono che maschio, femmina sono categorie. Bisogna sostenere le famiglie e non lasciarle sole, come è stata mia madre all'epoca». La Roma del film «è un paesaggio astratto, metafisico. Per me che amo i grandi paesaggi aperti», prosegue il regista di Respiro e Terraferma, «girare tutto il film in una casa sembrava impossibile, invece, forse perché è la riproduzione esatta della mia da piccolo, mi sono sentito bene. Per tanto tempo ho pensato: prima o poi racconto questa storia autobiografica, sta lì, ossessiona: poi è arrivato il tempo e tutto è andato come doveva andare».
Se Vincenzo Amato, il padre, era una scelta scontata, essendo il suo attore feticcio, quella della madre così come dell'adolescente Adriana che rifiuta la sua identità erano fondamentali. «Penelope Cruz è l'archetipo di donna e madre, è come la Penelope di Ulisse. È stata generosissima, i ragazzi sul set la vedevano come una dea e lei giocava con loro: è stata una magia». In Luana Giuliani, che interpreta Adriana che vuole farsi chiamare Andrea, «ho rivisto me stesso». Il loro rapporto è il cuore della storia, «forse perché i personaggi femminili sono quelli che mi interessano davvero, gli uomini sono una noia!». Infine la Carrà, una sorta di nume tutelare dell'Immensità: «La scena del ballo sulle note di Rumore che fa Penelope con i suoi ragazzi è stata girata il giorno in cui il produttore Mario Gianani è venuto a dirci che Raffaella, di cui aspettavamo una visita sul set, era morta, è stata una strana sincronia».
Il film, sceneggiato con Francesca Manieri e Vittorio Moroni, prodotto da Wildside (società del gruppo Fremantle) e Warner Bros. Italia con partner francesi, dopo la prima di Venezia sarà in sala con Warner dal 15 settembre.