Alessandro Cattelan: dall’aldilà a Pescara con scanzonata ironia

Al Pala Giovanni Paolo II il 18 aprile con “Salutava sempre” Uno spettacolo per raccontare le manie del nostro tempo
PESCARA. Un invito a un funerale: quello di Alessandro Cattelan che dal palco, o meglio dall’aldilà, racconta un mondo a cui non appartiene più. Con il tono ironico e dissacrante che lo contraddistingue. È Salutava sempre, l’originale debutto teatrale del conduttore piemontese.
Lo spettacolo, una produzione Live Nation, farà tappa al Pala Giovanni Paolo II di Pescara il 18 aprile alle 21 (organizzazione Best Eventi). Con la morte Cattelan si è guadagnato il privilegio totale della sincerità, che gli consente di raccontare, da un’altra dimensione, le follie, le ipocrisie e le piccole manie che contraddistinguono le nostre vite nell’aldiquà.
Salutava sempre è il suo spettacolo di debutto. Come nasce l’idea?
«Dalla voglia di fare questo tipo di esperienza anche se non avevo mai avuto il coraggio. Nasce da una chiacchiera con la mia agente. Quando abbiamo iniziato a lavorare insieme, mi ha detto: “Ti ho sempre visto in tv, ma secondo me dovresti andare nei club”, perché avevo un approccio quasi da concerto in quello che facevo. Questa piccola idea iniziale è diventata poi un tour nei grandi teatri. Inizialmente era prevista una tranche di sole otto date, poi ne abbiamo aggiunte altre, tra un impegno televisivo e l’altro. Mi sto divertendo, la gente si sta divertendo. In questo show ci sono vari momenti di interazione con il pubblico».
Il titolo prende spunto dalla classica frase “Era una brava persona: salutava sempre”. Quando si muore, tutti diventano brave persone a prescindere…
«È un modo per prendere un po’ in giro questa ipocrisia. Quando una persona muore, anche se fino a ieri ne avevi detto peste e corna, improvvisamente diventa un santo e tutti recitano la parte dei grandi amici che la stimavano da sempre. Ma è anche un modo per veicolare un piccolo messaggio: forse con le persone è meglio essere gentili fino a che sono vive, perché quando una persona è morta è morta, non gli interessa più».
La morte è ancora un argomento tabù. Lo spettacolo serve a esorcizzare questa paura?
«È vero che resta un argomento tabù, ma non ho mai capito bene il perché. Di carattere sono una persona molto razionale. La morte è l’unica certezza che abbiamo da quando è iniziata la storia dell’umanità, eppure non abbiamo ancora imparato a farci la pace. Quando fai uno spettacolo di stand-up, è giusto “infastidire” un po’ chi ti viene a vedere. È uno spettacolo in cui si scherza molto».
Quali sono i temi affrontati?
«C’è un po’ di tutto. Ovviamente, c’è il tema della morte. Poi c’è il rapporto con i figli, c’è il tema generazionale, c’è tutto un capitolo sulle nuove paure moderne, che vanno dalla sindrome dell’impostore al gaslighting (una forma di manipolazione psicologica che porta la vittima a dubitare di se stessa e della sua percezione della realtà, n.d.r). Si parla anche di aspettative nell’aldilà e di suicidio».
Una tematica, quella della morte, già presente in Lazarus, la trasmissione andata in onda nel 2008 su Mtv, condotta con Francesco Mandelli…
«È sempre stato un tema che mi ha stuzzicato. Con quel programma abbiamo girato per le tombe, alla ricerca di quelle delle grandi icone come Kurt Cobain, Jimi Hendrix, Marilyn, per capire qual era il legame tra la morte prematura e la leggenda».
Il suo docu-show Una semplice domanda nasceva da un interrogativo che le aveva rivolto sua figlia: “Come si fa a essere felici?”. Per lei cosa rappresenta la felicità?
Un inseguimento costante, continuo, che vive di momenti brevi, principalmente, momenti che durano poco e che è giusto durino poco. Bisogna allenarsi a riconoscerli. L’allenamento a rendersene conto è forse la cosa che fa la differenza.
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