«All’Abruzzo devo le origini e il mio mestiere di attore»

Il comico oggi e domani in scena a Pescara con lo spettacolo Un’ora sola vi vorrei «Parlo del tempo: che corre e che non passa mai, personaggi eterni e meteore»
PESCARA. Questa sera (sold out) e domani, sempre alle ore 21, Enrico Brignano porta sul palco del teatro D’Annunzio di Pescara “Un’ora sola vi vorrei”, spettacolo con il quale il comico romano è di nuovo protagonista dopo il successo di “Innamorato perso”.
In riva all’Adriatico Brignano gioca quasi in casa: pur essendo nato nel 1966 nella capitale, dove si è formato all’accademia per giovani comici fondata da Gigi Proietti, è infatti per metà abruzzese. Non solo: proprio a Pescara da giovane ha mosso i primissimi passi che lo hanno avvicinato al mondo della recitazione.
Brignano, che tipo di spettacolo è questo “Un’ora sola vi vorrei” che propone al pubblico del D’Annunzio?
È un testo che nasce da una serie di riflessioni sul concetto del tempo: da quello che passa inesorabile ai minuti che sembrano infiniti, dai gesti e i personaggi che resteranno eterni, alla fretta che ci attanaglia oggigiorno, fino alla definizione di “tempo reale”, come se ne esistesse di altro tipo.
Lei da queste parti è quasi di casa: quali sono precisamente le sue origini abruzzesi?
Mia madre è di Palombaro, un paese in provincia di Chieti, e ho ancora molti parenti lì. Inoltre sono molto legato affettivamente anche a Fara San Martino: non solo per la pasta, ma per molti ricordi della mia infanzia.
Altri legami particolari con l’Abruzzo? Ci sono luoghi che sono stati importanti per lei?
«Oltre al parentado, ho fatto anche il militare a Chieti, con tutti i ricordi che ne conseguono, legati alla gioventù e ai sogni di allora. Tra l’altro è stato proprio durante il servizio militare che ho cominciato a studiare recitazione a Pescara, dove ho incontrato la prima persona che ha creduto in me, Patrizia Di Fulvio, alla quale va tutto il mio affetto e la mia gratitudine. Grazie ai suoi corsi ho potuto poi sostenere il provino al Laboratorio di esercitazioni sceniche di Gigi Proietti, da cui è cominciato tutto.
È capitato che la nostra regione le abbia ispirato battute, spettacoli o altro?
Sì, perché il dialetto abruzzese è notevolmente radicato in me, tanto che a volte lo uso negli spettacoli, ci gioco, invento personaggi folkloristici che lo parlano. E poi spesso mi è capitato di raccontare di mio nonno abruzzese, che per risolvere qualsiasi problema mi offriva da bere “na ‘nzegna de vin, che è bbòn, senza li bbisulfit”. Peccato che avessi solo otto anni!
Qual è stata la svolta nella sua carriera?
Ovviamente è stato fondamentale aver frequentato il laboratorio di Proietti che mi ha “incanalato” verso la professione. Ma credo anche che la scelta migliore sia stata, dopo aver lavorato a fianco del maestro per anni, cercare la mia strada autonomamente. Trovare un’identità tutta mia mi ha certamente cambiato la carriera: ho osato e, per fortuna, è andata bene.
C’è un attore o un personaggio che è stato per lei di ispirazione o modello?
Amo molto Nino Manfredi perché ha avuto la capacità di passare da un genere all’altro. È stato in grado di essere un attore smaccatamente comico ma, nonostante ciò, è stato capace anche di ritagliarsi il suo spazio nel cinema drammatico. Ricordo ad esempio “C’eravamo tanto amati” oppure “Il giocattolo”, tanto per citarne un paio. Ha avuto una carriera intensa, piena, ed è stato un attore completo, dalla grande umanità e di grande professionalità.
Lei ha recitato per il cinema, la televisione e il teatro: dov’è che si sente più “a casa”?
Sono tre cose diverse e le amo tutte e tre, anche se ognuna in modo differente. E spero di continuare a frequentarle tutte ancora a lungo.
Nella vita è un grande tifoso della Lazio, ma in una fiction le hanno fatto fare la parte del romanista...
Certo che vedere un’intera parete tappezzata di giallorosso un po’ mi ha fatto soffrire! Ma che potevo fare? Sono un attore: devo lasciare fuori dal set i miei gusti o le mie attitudini personali. Anzi, è proprio questo il bello del mio lavoro: posso diventare ciò che voglio, in un certo senso giocare. Del resto in inglese recitare si dice “to play”, come “giocare” appunto. Quindi, ben vengano tutti i ruoli lontani dalla mia personalità. Anzi, non vedo l’ora!.
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