Alla riscoperta di James Baldwin

16 Gennaio 2019

La casa editrice Fandango ripropone libri del grande autore nero americano

ROMA. Se oggi esistono scrittori neri americani come Paul Beatty o Colson Whitehead questo si deve anche a James Baldwin (1924-1987), che negli anni ’60 fece scandalo rompendo molti schemi letterari, rivelandosi omosessuale e restando fedele a se stesso e al suo pacifismo anche quando vennero gli anni di Malcolm X e della rivolta violenta. Eppure Baldwin, una delle voci di riferimento della coscienza nera e che ne ha guidato il risveglio, era da noi uno scrittore del tutto ingiustamente dimenticato, se non fosse che ora la casa editrice italiana Fandango Libri ha ripreso la pubblicazione di tutte le sue opere, cominciando dal capolavoro “La stanza di Giovanni” (224 pagine, 17,50 euro).
Ciò che fa di lui un grande scrittore, al di là della sua storica valenza culturale e politica, è il narrare in tutte le sue altre opere della condizione dei neri americani, ma raccontandoli innanzitutto come esseri umani a prescindere dal colore della loro pelle, così da rendere più spiazzante l'implicita denuncia. È lui stesso in un saggio oggi raccolto in “Questo mondo non è più bianco” (Bompiani, 224 pagine, 17,50 euro) a citare non a caso Doris Lessing che sostiene come il peccato originale «non sia il pregiudizio del colore, ma l'incapacità di riconoscerci in ogni creatura che respira». Naturalmente questa sua cifra, unita al suo pacifismo di fondo e alla sua omosessualità, gli creò gravi problemi e fu un leader del Black Power e saggista come Eldridge Cleaver già nel 1968 a accusarlo di essere uno che «odia assolutamente i neri», servile e conquistato dalla cultura e il mondo dei bianchi. La sua reazione fu naturalmente la scrittura e questo “Se la strada potesse parlare” (Fandango, 214 pagine, 18,50 euro), vicenda esemplare di sopraffazione cui si resiste per la forza dell'amore, non solo tra uomo e donna, ma per la vita. Oggi diventato anche un film di Barry Jenkins in uscita in Italia tra un mese. È la storia di Fonny, un artista ventiduenne nero, uno scultore, accusato ingiustamente di aver stuprato una donna portoricana, con la polizia che nel confronto all'americana lo lascia unico di colore tra tutti bianchi, così da essere indicato subito dalla vittima.
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