Almodovar: questo Leone è giustizia poetica

30 Agosto 2019

Il regista ricorda il premio mancato per l’ “osceno” Fascino del peccato. Brad Pitt in Ad Astra: Io, eroe fragile in cerca del padre

VENEZIA. Ha i capelli bianchi, veste in elegante tailleur, Pedro Almodovar oggi è quel regista amatissimo e affermato che conosciamo, ma non dimentica il passato: «31 anni fa qui a Venezia ho avuto il mio battesimo, selezionato con L’indiscreto fascino del peccato. Piacque al presidente di giuria Sergio Leone e alla giurata Lina Wertmuller, ma non vinse nulla, giudicato “osceno” dal festival diretto da Gianluigi Rondi. Mi piace pensare che il Leone alla Carriera sia un atto casuale di giustizia poetica, quasi un risarcimento», dice senza voler fare polemiche.
Questo è l'anno, come dice il titolo del suo ultimo film di Dolor Y Gloria, i dolori della fase che sta vivendo, al centro del film quasi autobiografico presentato a Cannes, e la gloria del prestigioso riconoscimento consegnato ieri alla Mostra del cinema. «Ero un giovane regista», ricorda Almodovar, «mi sembrò un fatto miracoloso essere selezionato nel 1983, ma l’opposizione di Rondi finì su tutti i giornali e suscitò grande empatia».
Ad Astra Più Solaris che Odissea nello spazio, per Brad Pitt Ad Astrà di James Gray, da lui interpretato e prodotto e in sala dal 26 ottobre, resta il suo film «più difficile» come ammette lui stesso al Lido dove il film è in concorso per gli Usa. «Questo», dice l’attore «probabilmente è stato il lavoro più difficile della mia vita, un film delicato, una vera sfida. Raccontare una storia tra padre e figlio riuscendo a mantenere il giusto equilibrio in maniera sottile e delicata non è stato facile».
E Ad Astra è forse anche il film in cui Pitt deve mostrare quella fragilità lontana dai modelli maschili che ha più volte rappresentato, ma che ha forse scoperto dentro di sé dopo la rottura con Angelina Jolie. Pitt, nel film che attinge per volontà di Gray a classici della letteratura come “Cuore di tenebra” di Conrad e soprattutto a “Moby Dick” di Melville, si trova a mostrare con il suo personaggio l’apertura ai sentimenti di un uomo anaffettivo. In Ad Astra è l'astronauta Roy McBride che parte per una missione ai margini del sistema solare per ritrovare il padre disperso (Tommy Lee Jones) che lo ha abbandonato da bambino. Un padre alle prese con un’ossessione legata ai misteri della vita e che può minacciare il futuro dell'umanità. «Con James Gray più volte abbiamo parlato del fatto di venire entrambi da un’epoca in cui la mascolinità contava», racconta Pitt. «Era importante farsi rispettaare, ma questo atteggiamento crea alla fine delle barriere che negano dolore e vergogna. Mentre queste due cose danno la possibilità di creare un rapporto migliore coi genitori, coi figli e con noi stessi. Era questo che volevamo mostrare». «Roy», continua, «è in un momento particolare della sua vita in cui la sua chiusura al mondo non funziona più e ne sta diventano consapevole. È insomma vulnerabile. Io e James abbiamo parlato molto di vulnerabilità. Che cos'è la vulnerabilità? Che cos’è la forza in un uomo e da dove viene? E abbiamo concluso è che la forza è generata proprio dalla vulnerabilità».
A chi chiede al sex symbol e muscolare Pitt dove abbia trovato l’ispirazione per un personaggio così intimista, risponde: «Non si deve andare lontano. Per quanto cerchiamo di nascondere le ferite che ci portiamo dietro dall’infanzia, quelle ferite sono dentro di noi, dobbiamo solo tirarle fuori. E se un attore è sincero lo spettatore lo sente e ti premia». Come si fa ad essere così in forma a 56 anni? «Semplice», spiega, «faccio pesi nel weekend, una cosa che non trovo affatto noiosa, e poi tanta ginnastica 4 volte a settimana. Certo», aggiunge, «dipende dal ruolo che devo interpretare, ma anche Ad Astra è stato un bell’impegno fisico: sono stato appeso tutto il tempo a dei fili».
The Perfect Candidate Nonostante le polemiche del fronte MeToo, Venezia presenta subito in concorso The Perfect Candidate, il nuovo film di Haifaa Al Mansour, la regista saudita che già nel 2012 aveva conquistato il Lido vincendo con La bicicletta verde la sezione Orizzonti. Siamo ancora alle prese con una parabola sul ruolo della donna nella società saudita, stavolta dedicato alla figura di Maryam, una giovane dottoressa del pronto soccorso dell’ospedale di una piccola città. È preparata e anche ambiziosa: il suo sogno è di entrare nell’equipe di un grande ospedale di Dubai, ma finisce col ritrovarsi candidata al consiglio comunale. Ovvio che la sua candidatura sia accettata ufficialmente dalle autorità, che anzi «incoraggiano il ruolo delle donne». Nella realtà il suo atto crea non poco imbarazzo, anche nella sua famiglia. Haifaa Hal Mansour racconta ancora una storia di difficile emancipazione femminile nel mondo arabo. Applausi calorosi a fine proiezione e pronta l’uscita italiana.
©RIPRODUZIONE RISERVATA.