Amelio: guardo l’Abruzzo e vedo la mia Calabria

Il regista domani a Teramo: «Ho vissuto il mio percorso nel cinema come un privilegio»
TERAMO. «Quando penso all'Abruzzo penso alla mia Calabria. Siamo Meridione, l’Italia dimenticata dalla politica e spesso ferita da tragedie. Che potremmo evitare lottando perché in queste regioni bellissime vengano rispettati il paesaggio e gli esseri umani. L’Abruzzo è da decenni la regione più martoriata dal terremoto. Un sisma forte nella mia Calabria distruggerebbe tre quarti della regione. Eppure nessuno ha mai pensato a costruire a norma. Basterebbe il buon senso. Invece ce ne dimentichiamo e poi piangiamo le vittime. Ma dovremmo piangere sul fatto che siamo stati incapaci di proteggere».
Al telefono Gianni Amelio esordisce col tema raccontato nel documentario “Casa d'altri”, presentato alla Mostra di Venezia, in cui Amatrice è «un simbolo di tutte le zone colpite dal sisma». Il docmovie sarà domani il fuori programma nella giornata dedicata dal MaggioFest al regista e scrittore. In questa doppia veste la rassegna di Spazio Tre, diretta da Silvio Araclio, ospita a Teramo il pluripremiato autore. Alle 17.30 proiezione dell'ultimo film “La tenerezza”, alle 20.45 presentazione e firma copie del recente romanzo “Padre quotidiano” (Mondadori), in cui Amelio racconta la sua paternità adottiva di un ragazzo albanese, a seguire “Lamerica” (1994). Conversazione condotta da Leonardo Persia, curatore sezione cinema.
Dal 1982 ha diretto 12 lungometraggi di finzione e altrettanti documentari, dopo anni di regie per la Rai. «La Rai è stata la mia scuola, il mio apprendistato. Ero molto giovane. Ho diretto il primo film per la tv a 25 anni, lavorando con le telecamere e con la macchina da presa. Ho fatto anche cose bizzarre, come il giornalismo sportivo per la rubrica “Sprint” del secondo canale, e molta pubblicità con Carosello. Ho sempre lavorato con l’audiovisivo. Un percorso di cinema vissuto come un privilegio. Quello che sognavo da bambino».
Spesso nei film ha declinato il rapporto padre-figlio. Un tema legato all’assenza fino ai suoi 15 anni di un padre emigrato?
«Il padre lontano non è stato fonte di risentimento. Non avevamo di che vivere e all’epoca non si poteva che emigrare nelle Americhe. I più sfortunati, come mio padre, in Argentina. La mia famiglia è stata vittima dell’emigrazione. La necessità di strappare le proprie radici per andare in un altro mondo per poter vivere è un tema che mi appartiene come bagaglio di vita. “Lamerica” prende spunto dagli sbarchi albanesi in Italia ma riguarda tutte le possibili emigrazioni, compresa quella di mio padre».
Sul set di “Lamerica” avvenne il suo incontro con la paternità, raccontata in “Padre quotidiano”.
«Un uomo distrutto da fatica e malattia mi costrinse a prendermi cura di suo figlio. Ero totalmente impreparato. Ho inventato il ruolo inaspettato di padre con l’aiuto dei genitori naturali di mio figlio, senza strappare gli affetti. Una storia a lieto fine che insegna una verità: non dobbiamo chiuderci nei confini della famiglia di sangue. All’epoca ero un regista affermato, una persona benestante e soddisfatta che aveva di fronte dei disperati. L’Albania era di una povertà assoluta, come la Calabria della mia infanzia. Mi sono aperto alla richiesta di quest’uomo. È nata una famiglia molto bella. Mio figlio ha poi conosciuto un’immigrata polacca, hanno tre figlie. E io un nonno straordinario (ride)».
Perché “Padre quotidiano”?
«Perché il mestiere di genitore non va delegato. Non avendo avuto vicino mio padre in anni importanti ho cercato di essere vicino a mio figlio. E sono stato ampiamente ripagato. Oggi ha 42 anni ed è l'uomo che volevo fosse. Nel libro scrivo: “Quando di un bambino si dice che è il ritratto di suo padre, il papà si gonfia di orgoglio. Invece sognavo il figlio al quale, con pazienza e fortuna, potessi un giorno somigliare io. Ancora non ci sono riuscito però».
Nel 2014 ha accompagnato il documentario “Felice chi è diverso”, titolo da un verso di Sandro Penna, col coming out. Perché questo passo a quasi settant'anni?
«Perché non ho niente da nascondere. Non c’è nulla di censurabile nell’essere omosessuale. Chi ha la fortuna di essere visibile ha il dovere della sincerità. Certo, non vado in giro con la bandiera dell’omosessualità, non mi interessa. Ho fatto coming out per aiutare le persone che non possono permetterselo. Penso all’insegnante di scuola in provincia. Viviamo in un mondo in cui si confonde l’omosessualità con la pedofilia. È giusto fare coming out affinché si parli dell'omosessualità non come colpa o malattia. La natura umana è sfaccettata. Papa Francesco ha detto una cosa rivoluzionaria: “Se una persona è gay chi sono io per giudicarla?”».
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