«Amo il ciclismo, non l’ho mai tradito»

Fatica, doping, campioni: Riccò si racconta in “Cuore di Cobra”
«Amo il ciclismo più di quanto si possa immaginare e comprendere. Non l’ho mai tradito». Eppure: «Fare il Tour de France senza doparsi è una follia». Così Riccardo Riccò, classe 1983, nome di battaglia “Cobra” nel libro “Cuore di Cobra. Confessioni di un ciclista pericoloso” (Piemme, pp. 240, €17,90) che il campione ha scritto con Dario Ricci, giornalista sportivo, in questi giorni impegnato in Abruzzo con la direzione artistica del Festival Rocky Marciano di Ripa Teatina. Il Cobra del ciclismo, a10 anni esatti dalle clamorose vittorie che lo avevano indicato come vero erede di Pantani, si mette a nudo in un libro e racconta tutta la veritá. Che lo riguarda e che investe tutto il sistema del ciclismo.
Tante le domande con cui Riccò investe il lettore, tutte sembrano contenere in sé la risposta che il ciclista comunque dà senza reticenze. «Pensate che i grandi che hanno scritto la storia del ciclismo e che sono stati coinvolti in scandali doping fossero diversi dal resto del gruppo? », incalza. «Pensate che si possano fare 200 chilometri al giorno per tre settimane tra sole, gelo, pioggia, vento e neve solo a pane e acqua? (...) Vi siete mai chiesti perché ogni tappa di un grande giro arriva d’abitudine tra le 17 e le 17,30? Perché in quell’orario si deve arrivare, se no “non ci stiamo con il palinsesto, e addio a pubblicità e spot». «Per farci coraggio, per sopportare quella fatica immane, ci chiamiamo El Diablo, o il Killer, o il Re Leone. O il Cobra, come me. Per darci forza, perché così ci vogliono le persone che ci aspettano anche per giorni accampati su una curva. E, allora, come polli d’allevamento, ci alleniamo e ci “curiamo”, qualcuno per vincere, i più semplicemente anche solo per tenere il passo, stare a ruota. Solo col doping non vinci. Senza doping non vinci».
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