Andrea Adriatico: teatro, cinema e L’Aquila gli amori della mia vita

11 Febbraio 2018

Il regista racconta la passione per il suo mestiere nato con il Godot di Beckett sui banchi di scuola «Dopo il terremoto mi sono laureato in Architettura e ho lavorato a buon mercato per la mia città»

L’Aquila per Andrea Adriatico è un eterno ritorno. La città, lasciata nel 1986 a vent’anni, ricorre continuamente nelle parole dell’affermato regista e drammaturgo che a Bologna ha creato 25 anni fa un’eccellenza della cultura, Teatri di Vita, di cui la Dotta va fiera. «Non sono mai andato via definitivamente. Ho un rapporto forte con L’Aquila, la città dei miei genitori, anche se mio padre Giuseppe non c’è più. Peraltro la mia prima associazione bolognese “: riflessi” (da leggere per esteso, due punti riflessi, ndr), nata nell’89, era formata da aquilani in trasferta. Il nome era rubato al primo romanzo di Palazzeschi. Eravamo io, Paola Contento, che aveva lavorato col Tsa e col teatro dell’università, e l’attrice Patrizia Bernardi. Nell’86 io e Patrizia arrivammo a Bologna per fare il Dams ma già gravitavamo nell’orbita del teatro universitario aquilano. La mia città nella seconda metà degli anni Ottanta era molto fervida, con un andirivieni di artisti e molte contaminazioni. Ricordo spettacoli memorabili dello Stabile come “I tre moschettieri” di Beppe Navello, sorta di serial teatrale. A L’Aquila ho conosciuto Carmelo Bene e Gigi Proietti».
Come nacque l’amore per il teatro?
Il primo incontro avvenne con “Il Candelaio” di Aldo Trionfo. Fu folgorante. Molto merito va anche a Piero Vicari, mitico professore di italiano del liceo scientifico Basile. Al terzo anno tirò fuori in classe “Aspettando Godot”. Beckett a scuola non era così scontato.
Prima regia?
A L’Aquila nell’82. Con Patrizia mettemmo in scena “La cantatrice calva” di Ionesco nella sala Rivera, una stanzetta sotto lo Stabile. Chiamammo la compagnia “La stanza”.
Beckett è tornato spesso nel suo teatro. E ha incrociato i giorni del terremoto.
Stavo per portare in scena il trittico “Non io”, “Giorni felici” e “Dondolo”. Il terremoto è arrivato prima del debutto, fissato il 17 aprile. Da lì la mia vita è cambiata. Nel 2008 ero un regista cinematografico in ascesa, “Il vento, di sera” presentato a Berlino, “All’amore assente” premiato ad Annecy. Ricordo la telefonata da Roma di mia sorella Cristina: “Accendi la tv, non riesco a contattare i nostri genitori”. Pensai con angoscia a loro, ottantenni, papà con l’Alzheimer. Mi lanciai in macchina. Dopo averli messi al sicuro, mentre giravo per la città, il mio compagno di allora disse: “Serviranno buoni architetti”. Mi iscrissi alla facoltà di architettura. Triennale, specialistica, master. Lo studio è stato catartico. Mi sono laureato con una tesi sul progetto C.a.s.e. Sono andato in parcheggio col cinema nel periodo 2009-2014. Ma sono riuscito a far rientrare i miei genitori nella loro casa poco prima che mio padre morisse. Ho aiutato amici e conoscenti. Sono stato un architetto a buon mercato, il mio contributo alla città.
Prima ancora di diventare architetto aveva immaginato l’attuale sede di Teatri di Vita.
L’architettura degli spazi mi ha sempre interessato, ho disegnato il teatro dove lavoriamo. Teatri di Vita è in un complesso degli anni Venti, che negli anni ’60 ospitava le piscine comunali.
Beckett, Pasolini, Koltès, Elfriede Jelineck gli autori preferiti?
Più che autori, ho temi preferiti. Del passato di giornalista mi è rimasto il pallino del reportage. Penso al teatro come veicolo di temi contemporanei. Jelineck ha dentro di sé il teatro politico, la capacità di raccontare con forza chi siamo. Anche il mio cinema è legato a questo meccanismo.
Ha in cantiere un nuovo film?
A primavera inizio a girare “Gli anni amari”, affresco di un momento storico tra fine anni Settanta e inizio anni Ottanta, tra Inghilterra, Emilia e Puglia. Per il 40ennale del ’77 e del movimento, a teatro ho proposto “Chiedi chi era Francesco”, scritto con Grazia Verasani, sull’omicidio Lorusso (militante di Lotta Continua ucciso nel 1977, ndr). Fu un momento chiave. Nel film, scritto con Stefano Casi, si racconta una fase epocale di passaggio, segnata dalla trasformazione della lotta armata, dalla strage alla stazione di Bologna, dall’irrompere dell’Aids. Anni in cui s'interrompe un sogno.
Ha allestito le pièces trasgressive di Copi, affidandole a Eva Robin’s. Una musa? Un’amica?
Col tempo è diventata un’amica. Nel 1992 Eva, voluta da Gianni Boncompagni, aveva un programma in prima serata su Italia1, “Primadonna”. All’epoca ero giornalista all’Unità, bazzicavo la tv. La conobbi così. Era una diva, frequentava tutti i salotti, a Bologna era un mito. Improvvisamente ruppe il contratto con Mediaset. Diede a me l’esclusiva di un’intervista che fece rumore. Tempo dopo, il festival di Sant’Arcangelo mi chiese una cosa nuova. Proposi il testo di Cocteau “La voce umana” recitato da una trans, che inoltre non aveva mai fatto teatro. Lo spettacolo fu una bomba eclatante. Da allora tanti lavori insieme. Eva è una delle compagne più amate, disponibile anche su testi rischiosi, come “Delirio di una trans populista” da Jelineck.
Ha diretto Tonino Valerii nell’unica prova da attore nel film “All’amore assente”. Come lo convinse?
Fu facile perché Tonino amava il cinema. Grande uomo e grande regista non abbastanza apprezzato. Lo conobbi nel 2004 al suo festival Roseto Opera Prima, in occasione del premio a “Il vento, di sera”. Del set ricordo la sua serietà di regista importante che non interveniva nelle scelte di un regista giovane. E poi la generosità, il piacere di lavorare insieme, le gran mangiate a tavola. Fu un bel set, molto caldo.
Nel documentario “Torri, checche e tortellini” ripercorre la storia del Cassero, primo centro lgbt italiano. Che significò per Bologna e per lei?
Il Cassero di Porta Saragozza è stato un faro, che ha reso Bologna una città diversa dalle altre. Nel 1982 il Comune decise che in quel luogo poteva esserci spazio anche per un circolo gay. Dentro il Cassero nacque l’Arcigay, momento importante di aggregazione e rivendicazione. L’amministrazione e il Pci ebbero il coraggio di occuparsi, con lungimiranza, della questione omosessuale. Negli anni Ottanta ero un giovane omosessuale aquilano. Sono andato via perché non avevo voglia di far finta di non esserlo. Bologna mi ha accolto, ha definito la mia identità artistica e culturale, ci vivo meravigliosamente. È una città che amo quanto L’Aquila, cui sono legatissimo, dove vivono mia madre Gabriella e mia sorella. Spero che le cose migliorino, gli aquilani se lo meritano.
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