Anna Kanakis: scrivo per essere libera

23 Dicembre 2022

Nel romanzo “Non giudicarmi” la storia di un barone omosessuale

«Scrivere ha rappresentato una maturazione per me, una crescita. Dopo la prima creatura di carta, che ho sentito interamente mia come se fosse un figlio, ho deciso che non volevo far parte di un progetto, come quando facevo l’attrice, ma essere libera. Del resto la libertà, al pari dell’amore, è la cosa più bella della vita». Racconta così la scelta di dedicarsi anima e corpo alla scrittura Anna Kanakis, autrice di Non giudicarmi (Baldini+Castoldi). La scrittrice, alla terza prova letteraria (dopo Sei così mia quando dormi. L’ultimo scandaloso amore di George Sand nel 2010 e L’amante di Goebbels nel 2011), sceglie ancora il genere storico, perché, spiega, «amo la storia e amo scrivere, mi piace l’idea di entrare nelle vite di altri che hanno vissuto nel passato, portandoli ai giorni nostri. Questa volta ho infilato i pantaloni di un signore omosessuale degli anni ’20».
Il romanzo trasporta il lettore a Capri, al 5 novembre 1923, ultimo giorno della vita del barone Jacques d’Adelswärd-Fersen: scrittore enigmatico sempre insoddisfatto, Fersen subisce lo stigma della diversità e cerca rifugio in un’esistenza luccicante e sofisticata, ma anche nella cocaina. Sull’isola il barone vive a Villa Lysis, suggestiva dimora a picco sul mare, dove s’intrattiene con gli amanti e dove continua a lasciarsi logorare dai suoi demoni. «Negli anni ’20 per gli omosessuali c’era il reato di sodomia: anche il barone Fersen come Oscar Wilde si fece sei mesi di prigione», dice la scrittrice. «Ha subìto vessazioni e umiliazioni anche dalla famiglia: una sorella si fece suora per l’onta, un’altra non lo invitò al matrimonio. All’epoca Capri e Taormina erano i luoghi scelti dagli omosessuali per cercare di vivere per ciò che erano. Ho deciso di raccontare il suo ultimo giorno di vita perché in un certo senso è stato proprio Fersen a trovare me», prosegue. «Per caso ho scoperto la sua villa: mentre tornavo da Villa Jovis mi sono persa nei vicoli, poi mi sono trovata davanti questo tempio bianco a strapiombo sul mare. Ho visitato la casa, oggi museo, mi sono appassionata. Durante la pandemia, in 6 mesi, ho scritto il libro, ascoltando Rachmaninoff».
È stato difficile vestire i panni di un personaggio così complesso? «Come gli altri, anche questo romanzo l’ho scritto con la prima persona perché mi dà modo di usare gli occhi del personaggio per descrivere ciò che vede e che sente. È sempre complicato scendere nella psicologia di qualcuno, ma tutti noi abbiamo vissuto esperienze che ci hanno toccato dentro. Ho pescato da me stessa, come quando facevo l’attrice. Cerco sempre di documentarmi tantissimo: non voglio stravolgere il personaggio, serve l’onestà quando si racconta di qualcuno che è esistito», spiega Kanakis.
L’omosessualità oggi è ancora un tabù? «Il nostro Paese culturalmente è ancora indietro. Mentre scrivevo il libro leggevo il ddl Zan, oggi c’è un nuovo corso politico e anche se all’inizio alcune dichiarazioni che ho sentito mi hanno spaventato, voglio essere fiduciosa che si possa trovare un compromesso, un dialogo», afferma ancora. «Quello che mi piacerebbe è portare con il mio romanzo un piccolo risultato per i diritti degli omosessuali, non faccio politica, non ho altri scopi. Vorrei sensibilizzare sul tema, perché serve un’educazione sociale che non c’è, è quello che va colmato».