ANTONIO MANZINI, SCRITTORE-ATTORE A CASTELBASSO

4 Agosto 2023

In programma la lettura del racconto “Lo gran diluvio” Il papà di Schiavone: «In Abruzzo ritrovo la mia famiglia»

«Le presentazioni di libri possono essere molto noiose. È invece divertente e fa bene all’anima fare ogni tanto qualcosa di diverso, come una lettura insieme a Tullio Sorrentino, attore e amico col quale ho condiviso oltre vent’anni di professione. Lo gran diluvio ha un tema simile a Elp, il mio ultimo libro, il maltrattamento del pianeta, argomento serio trattato in maniera leggera. È un racconto scritto da Rocco che Brizio scopre e che leggeranno insieme. Un gioco metaletterario». Antonio Manzini anticipa al Centro il contenuto della serata che lo vedrà protagonista oggi della rassegna Castelbasso Borgo di cultura, organizzata dalla Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture nell’antico paese collinare teramano. Piazza Belvedere ore 21,15. Ospite della sezione il Fla a Castelbasso, lo scrittore, sceneggiatore e attore romano, con origini a Chieti, impersonerà nella lettura la sua più nota e amata creatura, il vice questore Rocco Schiavone, antieroe protagonista di dodici romanzi e tredici racconti e, dal 2016, della seguitissima serie di Rai2 con Marco Giallini. «Ho subito pensato a lui come interprete di Rocco, siamo stati tutti d’accordo, produzione e Rai», dice Manzini, che della fiction è sceneggiatore con Maurizio Careddu. Finora pochi sapevano che Schiavone è pure scrittore: il suo racconto Lo gran diluvio è un inedito che resterà tale perché pensato per la lettura pubblica, e sarà proprio lui, tramite il suo creatore, a leggerlo insieme all’amico Fabrizio "Brizio" Marchetti, interpretato come nella serie tv da Sorrentino. La trama è un’ironica e moderna reinterpretazione di un episodio della Genesi, il Diluvio Universale appunto.
Manzini, dieci anni da Pista nera, primo romanzo con Rocco Schiavone. E la fiction arrivata alla quinta stagione. Qual è il segreto del successo della serie letteraria e di quella televisiva? Cosa ha stregato lettori e telespettatori?
«Non so rispondere a questa domanda, neanch’io mi aspettavo il successo, né in questa misura. È come se mi fosse esploso in mano un oggetto poi rivelatosi una bomba. Nemmeno l’editore Sellerio se lo aspettava. Forse il motivo è che queste storie non si limitano a essere semplici gialli, ma magari contengono un pezzo del nostro Paese, magari pongono domande. E il protagonista ha le imperfezioni, contraddizioni, difetti, malinconie dell’essere umano. Forse è questa verosimiglianza la chiave. Identificazione del pubblico con Rocco? No, più che altro verso di lui scatta un’amorevole affezione. È come guardare un amico che conosciamo da tempo e vorremmo vedere sistemato, per usare un’espressione delle nostre nonne»
Ha dichiarato che le interessano gli ultimi della fila. Così nasce il personaggio Schiavone?
«Rocco è un ultimo, viene da una famiglia ultima. Conosce bene dolori, privazioni, difficoltà degli ultimi. Si porta dentro ferite e difetti, ma non li ostenta come un vanto, né accusa nessuno di questi sfregi o ha voglia di vendetta. Trovo gli ultimi più interessanti. Non mi interessa, invece, raccontare le classi dirigenti, quelli a cui va tutto bene nella vita».
Com’è arrivato all’ambientazione ad Aosta?
«È un territorio che conosco bene. Preferisco scrivere di luoghi che conosco. Inoltre è un posto lontano dalla Roma di Rocco, distante geograficamente e culturalmente. Mi serviva un posto scomodo per lui, che gli rendesse le cose difficili. La scelta di Aosta è una molla narrativa forte».
Uno dei caratteri più popolari della fiction, l’agente D’Intino, viene da Mozzagrogna, provincia di Chieti. Com’è nato questo maldestro personaggio definito da Schiavone “il mezzo che Dio usa per punirlo”?
«Ho pensato il personaggio di D’Intino come il fool della tragedia scespiriana. Lui è il buffone della tragedia di Schiavone. Il suo è un dialetto familiare, che ascoltavo da bambino. Quando parla D’Intino mi sembra di tornare a Chieti a casa di nonna a Natale quando avevo otto anni».
Il patrono di Mozzagrogna è San Rocco e anticamente il nome del paese era Villa Schiavone. Una coincidenza o il nome del vice questore viene da lì?
«No, è una coincidenza. Una cosa strana, che io stesso ho scoperto solo tre mesi fa. Una coincidenza stranissima. Però mi è subito stato chiaro che Rocco dovesse avere un cane, come il santo».
Si è formato come attore all’Accademia d’arte drammatica D’Amico, dove ha avuto docente Andrea Camilleri. Cosa ha imparato dal maestro?
«Tantissimo, soprattutto sul senso della vita. Con Andrea 35 anni di amicizia. Abbiamo visto tanti spettacoli insieme, parlavamo dei libri che amavamo e di quelli che ci facevano schifo. Mi ha formato imparare da lui, non solo per quel che riguarda il teatro e la letteratura. Mi ha insegnato l’ironia e il distacco. Ho rubato tantissimo da Andrea e lui a sua volta diceva: “sono un vampiro, ho bisogno di sangue giovane”. Perciò usciva con noi che avevamo cinquant’anni meno di lui».
Paura che la sua produzione letteraria “altra” possa essere oscurata dalle storie di Schiavone?
«Più che una paura è una certezza. Si tratta di due libri pubblicati prima di Rocco e altri tre dopo, Orfani bianchi, Gli ultimi giorni di quiete, La mala erba, e per questi devo ringraziare Schiavone perché non so se trovavo un editore disposto a pubblicarli».
Che rapporto ha con l’Abruzzo?
«Ho tanti cugini a Chieti, con un sacco di figli, ormai è una famiglia enorme. Mia madre Giovanna va ancora in vacanza a Francavilla e anch’io d’estate ritrovo tanti amici, i figli dello scrittore Gian Luigi Piccioli, del magistrato Enrico Di Nicola (entrambi di origini abruzzesi, ndc), siamo cresciuti insieme ed è bello rivedersi, anche se ogni volta un po’ più invecchiati, più grassocci, più pelati. Invece papà (l'artista Francesco Manzini, ndc), che purtroppo è mancato cinque anni fa, odiava profondamente l’Abruzzo, da cui scappò a 18 anni per andare a vivere a Roma con mia madre. Ma sono sicuro che in fondo era legato alle radici».
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