“Apolidia”: due giudici una farsa e la lotta alla mafia

28 Aprile 2022

L’AQUILA. A trent’anni dalle stragi di Capaci e Via D’Amelio, Manuele Morgese porta in scena in prima nazionale questa sera alle 21 al Teatro Zeta di Monticchio, all’Aquila, “Apolidia... il potere...

L’AQUILA. A trent’anni dalle stragi di Capaci e Via D’Amelio, Manuele Morgese porta in scena in prima nazionale questa sera alle 21 al Teatro Zeta di Monticchio, all’Aquila, “Apolidia... il potere della mafia” un’opera dedicata a tutte le vittime delle stragi di mafia scritta diretta e interpretata da Morgese, con Girolamo Botta (pupi e voci), musiche originali di Rolando Macrini, disegni animati di Cosimo Brunetti, coreografie Francesca Di Boscio, video mapping di Luca Cococcetta.
Apolide è colui che non ha più una cittadinanza, non uno stato dove tornare, un cittadino che non è più figlio della sua nazione. L’odore delle arance è il ricordo che il giudice bambino ha della sua infanzia dove gioca con il suo amico e futuro collega per le strade di una Palermo barocca. Comincia la farsa messa in scesa dal teatro dei pupi siciliani, la lotta tra mafia e stato, tra il bene e il male. Si delinea così una Palermo grottesca, che si contorce su se stessa, che soccombe alla furia della “piovra” (dal 1981) mafiosa e che reagisce con gli ergastoli inflitti ai capi mafiosi durante il maxi processo voluto proprio dai due giudici.
Spostandosi nel tempo dagli anni settanta, ottanta e novanta, si ripercorrono le morti e i processi che seguirono, da Peppino Impastato al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, al presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella fino ai massacri dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. I pupi prendono vita e si animano con le voci originali di coloro che furono gli effettivi protagonisti di questa tragica storia.
La politica corrotta che in quegli anni tradì le promesse di fare la Sicilia più bella, e la tinse di rosso sangue, oltre cinquecento furono le morti in quegli anni bui. Continuano i ricordi dei due giudici, il loro rincorrersi come da bambini dietro le arance usate come palloni da calcio così come nella vita, in quella infaticabile lotta alla mafia che li fa correre veloci verso il loro tragico epilogo, verso una morte violenta, dove lo stato perde la battaglia nella lotta contro la mafia, lasciando scoperti i due giudici, privi della loro nazione che non è in grado di sostenere i suoi paladini contro la ferocia e la barbarie del potere mafioso. Sul palco tre espressioni artistiche in azione: prosa, danza e musica. Un testo “agito” che si concretizza nella parola fusa al linguaggio del corpo mosso dai suoni, rumori, dalle musiche di Macrini, del teatro La Mama di New York.