Arena: «Quarantena, carcere con balcone»

L’attore di “Ultras” confronta la reclusione per il Covid con il suo passato da detenuto
ROMA. Aniello Arena, protagonista di “Ultras” di Francesco Lettieri, film sulla tifoseria napoletana che vola in questi giorni sulla piattaforma Netflix, e già membro della Camorra di Barra, ha dalla sua, oltre il naturale talento, l'autenticità. Anche quella di poter confrontare la sua quarantena da coronavirus, vissuta a Roma con la sua compagna, con il carcere: «Alla prigione alla fine ti ci abitui», dice l'attore, «ti rassegni a non poter uscire, mentre in casa hai comunque il balcone, ti affacci e vedi la vita che c'è fuori. Se impazzisci poi puoi sempre scendere in strada. Non c'è nessun controllore sotto il portone, anzi spesso si vedono brutte cose in strada come un ragazzino sul suo skateboard con tanto di mascherina. Ma, dico io, tu genitore non lo puoi legare tuo figlio?».
Arena, nato a Napoli nel 1968 e che ha iniziato a recitare con la Compagnia della fortezza per poi debuttare, grazie al regime di semilibertà, con Matteo Garrone in “Reality”, ci tiene poi a far sapere che ormai da due anni è totalmente libero: «Una cosa che nessuno scrive ed è invece importante si sappia». Ancora sul coronavirus dice poi l'attore: «Certo è una cosa che fa davvero paura, almeno finché non ci sarà un vaccino. A Napoli è accaduta una cosa che mi ha molto colpito. Una coppia ammalata è stata portata dal figlio all'ospedale, il padre è stato ricoverato mentre la madre no. Così questa povera donna è stata in giro per 24 ore prima di morire: ma come si fa? ».
Il fatto è, continua l'attore «che questa volta il nemico è davvero invisibile e così quando esci ti sembra di stare come dentro un video gioco. Se incroci qualcuno diventa subito una scena da “Per un pugno di dollari”, ti guardi e riguardi con chi incroci per strada perché alla fine ognuno di noi può essere un ipotetico malato».
Tra i sogni di Arena c'è la voglia di interpretare un poliziotto: «Vorrei fare un poliziotto dall'aspetto umano, alla Serpico. Uno che se trova un ragazzo con dell'hascisc in tasca gli dà due sberle e lo manda via, mentre se incontra un vero criminale sa come trattarlo».
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